Giù nel profondo.

Era un Vigile del Fuoco il primo testimone di quell’orrore, appeso nell’imbracatura di corda è stato calato giù nel profondo della cavità carsica; al lume della torcia e con pietosa umanità cercava ciò che restava dei poveri compatrioti barbaramente assassinati.

A distanza di anni è difficile immaginare che tra i principali testimone del dramma della Foibe compaiono proprio i Vigili del Fuoco, siamo abituati a ragionare per associazioni di idee, se parliamo di un episodio di guerra, vengono subito alla mente solo i soldati, la dove avviene un eccidio vi sono solo cittadini inermi, una categorizzazione che spesso lascia ai margini le persone che hanno vissuto di riflesso l’evento, dei comprimari che però rappresentano una testimonianza a volte molto importante a inquadrare quanto avvenuto.

Quando si parla delle foibe si ricordano doverosamente le vittime, raramente si racconta di come si è arrivati a scoprire l’eccidio e ancora meno si parla delle persone che già durante la guerra avevano prestato la loro opera caritatevole per recuperare le spoglie delle vittime.
Il Maresciallo Arnaldo Harzarich del 41° Corpo VV.F. di Pola è uno dei principali protagonisti delle operazioni di recupero, e grazie ai suoi scritti e deposizioni ha permesso agli studiosi di rievocare quei terribili giorni.
Una premessa: dato che i recuperi delle salme avvennero nei giorni immediatamente successivi  all’armistizio del 8 Settembre 1943, si temeva che i partigiani di Tito potessero attaccare i pompieri impegnati nelle Foibe, fu così che il Prefetto di Pola aveva disposto una scorta armata, che a seconda della disponibilità era composta da militi del neo-costituito Esercito Nazionale Repubblicano oppure dalla Wehrmacht germanica. Questo particolare verrà utilizzato dopo la guerra per accusare il Maresciallo Harzarich di collusione con i fascisti, accusa volta a screditare la testimonianza sull’accaduto e avvalorare la tesi di partiti filo-sovietici di montatura da parte dei fascisti per plagiare l’opinione pubblica.

16 Ottobre 1943, una squadra di cinque vigili comandati dal Maresciallo Harzarich viene accompagnata dalla polizia in località Cregli di Barbana. Qui viene approntato un paranco che permette al Maresciallo di iniziare l’esplorazione della cavità. Con grande fatica e dispendio di materiali si riesce a giungere alla profondità di 190 metri, dove vengono rinvenuti i primi corpi straziati e resi irriconoscibili dalla caduta. Non è possibile il conteggio delle salme.
Bisogna provare ad immaginare cosa sia stato quel viaggio nelle profondità, con le corde in canapa cinte in vita e sotto le braccia, sospesi per diverse ore nel buio, con il fascio di luce della torcia a ispezionare uno spazio completamente sconosciuto.
Immaginate cosa vuol dire trovare un corpo esanime sfigurato in quelle condizioni, lo shock che può provocare anche alla persona più addestrata e abituata alla vista della morte.
Non sono i dati e le statistiche che devono fare impressione, ma quel singolo momento di umanità lacerata da tanto orrore, deve essere monito e imprimere in noi il ricordo che ciò è avvenuto e non deve essere dimenticato, ho peggio messo sul tavolo delle polemiche per dar ragione ad una o altra fazione politica.

Settanta anni dopo la fine del conflitto, mi sembra giusto rendere omaggio a quei giovani pompieri che con grande spirito di abnegazione si sono avvicendati nella triste opera di recupero per ritornare ai parenti delle vittime almeno le spoglie mortali dei loro cari ed ai più la speranza che nulla sarebbe rimasto intentato.

Per maggiori approfondimenti vi invitiamo a consultare il sito dell’amico Alessandro Mella:

 

www.storiavvf.it

Maresciallo Arnaldo Harzarich 41° Corpo VV.F. di Pola

Mario De Angelini e la calata nell’orrore

 

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