Anatomia dell’elmo M38

Non basta un articolo per poter sviscerare tutti i dubbi e le perplessità sul primo elmo in dotazione al Corpo Nazionale, essendo un tema molto caldo non è raro leggere e ascoltare dettagli e versioni differenti sulle caratteristiche e la storia di questo elmo. Per non far torto alla storia abbiamo cercato di riunire i documenti più importanti per tracciare degnamente la storia dell’elmo e porre una parola fine ai vari miti legati ad esso.

Iniziamo riprendendo la storia di questo copricapo, frutto della necessità di dotare il nascente Corpo Nazionale di un elmo più moderno rispetto ai modello Milano nati sul finire del XIX.

Tra storia e mito.

La Circolare n.69 del 7 Maggio 1939-XVII, stabilisce che ogni Comando Provinciale, in base al proprio bilancio economico, si doti del nuovo Elmo da Incendio, prodotto dalla Soc. An. Bergomi – Piazza Melozzo da Forlì, 2 di Milano.
Sono previste due versioni suddivise nelle seguenti categorie:

Ufficiali: elmo di cuoio con cresta in ottone dorato semplice…………£.168
Sottoufficiali e vigili: elmo in cuoio con cresta in ottone brunito……£.135

L’elmo quindi si presentava in cuoio con la calotta verniciata in nero lucido, la cresta in ottone brunito dall’aspetto opaco per i Vigili e Sottufficiali e in ottone dorato dall’aspetto più chiaro e lucente per gli ufficiali.

Da notare che ne in questa circolare ne in quelle future, viene fatto accenno ad un nome preciso dell’elmo che viene semplicemente identificato dalla tipologia  (elmo da incendio) e ditta produttrice (Soc. An. Bergomi).
Questo per sottolineare al collezionista che in realtà oggi usiamo una dicitura del tutto arbitraria quando indichiamo questi elmi con il nome modello 38 o abbreviato M38, rispetto alla più corretta e anonima dicitura: elmo da incendio del Corpo Nazionale.

La Circolare continua indicando le modalità di consegna degli elmi, che devono essere ritirati dai Corpi partecipanti al I° Campo Nazionale previsto a Roma per il 24 Giugno 1939.
I Comandi avrebbero fatto l’ordine del quantitativo necessario e delle taglie per il solo personale partecipante al Campo Nazionale, i rimanenti vigili rimasti ai comandi di appartenenza avrebbero ricevuto gli elmi in un secondo momento.
La ditta Fratelli Lorioli di Milano avrebbe poi fornito le fiamme d’ottone recanti il numero del Comando direttamente alla ditta S.A. Bergomi, per agevolare le consegne a Roma.

A seguito del I° Campo Nazionale a Roma, il Ministero dirama la Circolare N°110 del 4 Agosto 1939-XVII°; questa comunicazione diretta a tutti i Prefetti e Comandi, fornisce il nulla-osta per completare l’approvvigionamento del nuovo elmo da incendio.
In particolare il documento recita:

Si pregano pertanto le EE.VV. di voler autorizzare i dipendenti Comandi Provinciali Vigili del Fuoco a passare ordinazione alla Ditta S.A. Bergomi del fabbisogno di elmi da incendio.
La spesa all’uopo occorrente graverà sulle disponibilità per acquisti di materiale, a carico del bilancio dei Corpi, ripartita, ove occorra, in più esercizi finanziari.

Con la successiva Circolare n. 70 del 30 Marzo 1940-XVIII, viene stabilito che tutti gli elmi da incendio, siano verniciati con lo smalto alla nitrocellulosa marca Arson-Sisi n. 54397, entro il termine stabilito del 20 Maggio 1940-XVIII.
Il colore definito in alcuni documenti: Grigio Topo, era lo stesso che veniva applicato ai mezzi e alle attrezzature con l’apposito ordine del giorno.

Tutte le componenti dell’elmo ad esclusione del fregio e del sottogola devono essere verniciati, le parti metalliche altresì dovranno essere rese ruvide onde migliorare la resa della verniciatura.

Durante la guerra anche i materiali dell’elmo vengono modificati, per adattarsi alle politiche di risparmio delle materie prime, i crestini che prima erano in ottone vengono prodotti direttamente in metallo autarchico verniciato.

L’approvvigionamento degli elmi da incendio, era completamente a carico dei Comandi Provinciali, e con l’intensificarsi del conflitto divenne chiaro che la ditta Bergomi non poteva onorare nei tempi richiesti gli ordini che continuamente le pervenivano.
Per questo motivo come si può vedere nell’immagine di seguito, vennero recuperati anche gli elmi modello Milano, verniciati di Grigio Topo e dotati del nuovo fregio della Lorioli, questi elmi insieme anche a piccole aliquote di altri modelli venivano poi consegnati ai Vigili Volontari che man mano venivano richiamati in servizio continuativo.

Dopo il periodo bellico gli elmi lentamente saranno riverniciati nuovamente di nero, venendo sostituiti a partire dal 1951, dall’elmo prodotto dalla Ditta Violini di Torino. Non è raro incontrare foto che ritraggono vigili dotati del nuovo elmo affianco a vigili con il vecchio elmo M38; possiamo tranquillamente asserire che a causa della lentezza nell’approvvigionamento del nuovo elmo Violini passarono diversi anni prima della completa dismissione del vecchio elmo.

Una genesi militare.

L’elmo nelle sue forme non è altro che una modifica dell’elmetto allora in uso al Regio Esercito. Il modello 33 o abbreviato M33.

Non è un caso se l’ispirazione per la produzione di un elmo da incendio è caduta su un modello militare, prima di tutto il contesto politico imponeva un immagine marziale, in secondo luogo la politica di autarchia richiedeva l’utilizzo di componenti facilmente reperibili o che richiedevano una semplice conversione.
Nel caso dell’elmo da incendio la calotta era modellata sulla base del M33 al quale veniva aggiunto un prolungamento sul retro che doveva idealmente proteggere la zona della nuca e deviare l’acqua dalla schiena (concetto ripreso pressoché per ogni elmetto dei pompieri prodotto e ideato dal XIX secolo ad oggi), ed infine veniva aggiunto il crestino di rinforzo.

L’interno o liner discende anch’esso da quello peculiare degli M33, differenziandosi per alcuni particolari importanti.
L’alluda è in tela cerata in sostituzione della vacchetta del modello militare, soluzione che ne determina un deterioramento maggiore e una qualità minore.
La lamina metallica che costituisce lo scheletro su cui viene posta l’alluda, presenta una spessore minore e qualità diversa rispetto al modello militare, si può solo ipotizzare che la Ditta S.A. Bergomi  non aveva accesso alla quantità di metallo necessario perché dirottata principalmente al fabbisogno delle fabbriche destinate allo sforzo bellico.
I rivetti che fissano l’interno al corpo dell’elmo sono esattamente gli stessi del M33, così come il sottogola che si differenziava dal modello militare per il bagno in tintura nera al posto del grigioverde degli elmi militari.

Miti e leggende

L’elmo da incendio, per la sua storia è circondato da un alone di unicità e non mancano i miti, alcuni di questi sono nati sull’onda dei ricordi dei vigili che li hanno utilizzati, altri nati in ambito collezionistico, fuorvianti o totalmente inventati.

La pelle del porco: molto spesso viene dichiarato che l’elmo è prodotto in una non ben definita fibra e, spesso si parla dell’uso della cotenna di maiale come espediente alle restrizioni del tempo.
Questo mito pone le basi su un fatto concreto, ad oggi sono pochi gli elmi da incendio che hanno superato la prova del tempo indenni; molti sono deformati o addirittura fratturati solo per esposizione agli elementi. Questo fatto concreto ha dato luogo alla credenza che l’elmo fosse prodotto con materiali scadenti a causa dell’autarchia.
Per sciogliere ogni dubbio diciamo che non noi (collezionisti/ricercatori), ma le fonti identificano l’elmo come prodotto in cuoio, senza particolari specifiche, e che con tutta probabilità dall’analisi degli originali, la fragilità dell’elmo fosse dovuta al tipo di concia piuttosto che dal materiale impiegato.
Va infatti detto, che il cuoio che si ottiene dalla concia della pelle di suino è molto resistente alle abrasioni, e quindi particolarmente adatto ad un elmo, il punto debole quindi rimane il tipo di concia vegetale usata, in favore di altri procedimenti chimici più costosi e difficilmente attuabili in regime autarchico.

Fregi a perdere: una delle ultime teorie nasce in seguito al ritrovamento di fregi specifici per l’elmo da incendio in metallo, si dice che nel periodo bellico, con la politica di risparmio dei metalli preziosi per lo sforzo bellico, i fregi in ottone siano stati riconsegnati per essere sostituiti da quelli più economici in cosiddetto “metallo autarchico“.
Per rispondere a questa teoria bisogna premettere che all’epoca, la politica economica del Corpo era affidata ai singoli Comandi Provinciali, che quindi dovevano pagare tramite le proprie casse quello che il Ministero indicava come necessario.
Come detto per la genesi del nostro elmo, i fregi prodotti dalla Lorioli venivano comprati alla bisogna dai Comandi per equipaggiare i propri uomini, ne consegue che in un ottica di risparmio per esigenze belliche fosse altamente improbabile un loro acquisto per poi riconsegnarli e comprare quindi dei fregi solo perché più economici.
Interessante notare come questa teoria nasca perché oggi le struttura di approvvigionamento del materiale ministeriale è centralizzata e quindi risulta credibile un ritiro e sostituzione su scala nazionale di un singolo componente dell’equipaggiamento.

Un breve accenno deve essere fatto anche a delle piccole imprecisioni,  è capitato di sentir raccontare che in tempo di guerra gli elmi verniciati di Grigio Topo, erano differenziati tra Vigili e Sottufficiali, e Ufficiali, quest’ultimi avevano l’elmo dipinto solo in parte per lasciare il crestino dorato scoperto, con l’intento di sottolineare il loro rango.
Al momento non esistono fonti documentali che confermano quanto asserito, può essere che un ufficiale abbia fatto uno strappo ai regolamenti, ma può essere solo ricondotto a una sua scelta personale. In ogni caso non possiamo parlare di una consuetudine e quindi a livello storico deve valere la regola dell’elmo totalmente verniciato Grigio Topo, per ogni grado e rango.

Sempre su questo argomento, è stato sostenuto da alcuni collezionisti; che avendo ritrovato crestini in ottone e altri in metallo fosse dovuto ad un altro modo per differenziare i Vigili dai Capi Squadra, deve essere tenuto a mente che la figura del CS dell’epoca era ben diversa da quella attuale ed era identificata solo da un fregio in canuttiglia apposto sulla manica del giubbetto dell’uniforme.
La presenza di crestini in ottone e metallo era dovuta alla sostituzione delle ottone nel processo produttivo della Ditta S.A. Bergomi in pieno conflitto bellico, e in linea con le politiche economiche di guerra.
Molto interessante è notare come questa situazione ha portato nel dopoguerra a verniciare gli elmi completamente di nero per evitare vistose disomogeneità tra gli elmi dei primi lotti e quelli bellici.

Conclusioni

L’elmo M38 con la sua storia e unicità è un pezzo immancabile nelle collezioni degli appassionati, e vale la pena spendere una riflessione sull’aspetto economico-collezionistico.
Con un numero sempre maggiore di appassionati che si affacciano a questa branca collezionistica, è aumentata esponenzialmente anche la richiesta di elmi.
E la nota dolente è che come in ogni settore del commercio aumentando la richiesta cresce anche il prezzo.
In passato le fiere di Militaria offrivano sempre qualche buon esemplare, ed in generale con 150/200 euro era possibile riportare a casa un elmo in ottime condizioni.
Purtroppo si deve constatare che alcuni collezionisti tendono ad approfittarsi del prossimo e facendo leva sulla storia dell’elmo e la sua relativa rarità alzano di molto il valore, poco tempo addietro un esemplare è stato proposto oltre i 500 euro, non sappiamo se è andato invenduto o meno, ma è un segnale forte che l’interesse non manca e fatta eccezione delle aste su ebay che mai dovrebbero essere prese a parametro per una corretta valutazione del valore, possiamo dire che in futuro alle fiere gli stessi esemplari verranno probabilmente venduti tra i 200 e 300 euro.

Il colore dei pompieri.

Ovunque nel mondo se vediamo un camion rosso, non possiamo fare altro che ricollegarlo ad un mezzo dei pompieri. Se ci soffermiamo un attimo a pensare, il collegamento rosso – pompieri è tanto logico quanto intuitivo.
La storia del colore dei pompieri è tutt’altro che scontata, per molti aspetti rimane, a livello storico, un dilemma riuscire a ricondurre le motivazioni che hanno portato alla scelta del famoso colore.
Nel mondo anglosassone sono differenti le versioni della storia: chi sostiene che i primi carretti ottocenteschi siano stati colorati con la vernice più appariscente, motivando la scelta per orgoglio delle prime compagnie di pompieri americani; altri che invece raccontano di come il colore fu scelto per una mera coincidenza: il fornitore locale non disponeva di altri colori all’infuori del rosso.

Mettendo da parte i racconti e i classici miti folkloristici, esiste almeno per quanto riguarda la storia del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco una copiosa documentazione, che rivela alcune sorprese e almeno per i non addetti ai lavori può rappresentare un eresia scoprire che i mezzi in passato erano verniciati di verde.

Prima dell’avvento dell’unificazione dei servizi antincendi, l’Italia era un coacervo di corpi comunali di pompieri volontari, poche grandi città potevano permettersi il lusso di un corpo di professionisti, stipendiati per essere in servizio H24.
Questa situazione unita alla povertà delle casse comunali nel primo dopoguerra aveva portato all’acquisto di mezzi di ogni genere e tipologia, spesso di seconda mano modificati artigianalmente.
Non c’è da stupirsi se un piccolo comune, come quello di Crema, nel corso dei tardi anni ’20 aveva cercato di dotarsi  della prima autopompa su base Fiat 15 Ter, prodotta un decennio prima e già ritenuta obsoleta.

Partiamo quindi da una considerazione di merito, per conoscere l’esatta colorazione di questi primi mezzi a motore, è necessario trovare la documentazione conservata dagli archivi comunali; sperando che tra le note di acquisto sia indicato un riferimento sul colore.
Fatta questa considerazione, bisogna prendere confidenza con un contesto storico, in cui i colori e pigmenti non seguivano un codice unificato a livello, anche solo nazionale, ma si basava meramente sui campioni prodotti dalle diverse ditte di vernici, solo l’esperienza dei tecnici permetteva la riproduzione fedele della vernice messa a campione.

Se con un certo grado di certezza possiamo dire che molti mezzi dell’epoca erano rossi, è per noi difficile stabilire quale tonalità o tipo di vernice veniva maggiormente impiegata.
Come dimostrano le foto d’epoca, il panorama è letteralmente variopinto, si passa dai FIAT 614 bianchi ai Fiat 503 rossi.

Questa situazione di disomogeneità è destinata a sparire, e sarà l’avvento del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco a sancirlo. A partire dalle prime bozze di legge del 1935 nel corso dei successivi anni, sotto la spinta del governo fascista, i vari corpi comunali convergono in una struttura centralizzata, che tra le altre cose curerà la standardizzazione dei mezzi e dei materiali.

Dopo un primo intervento per censire la consistenza degli automezzi sul suolo nazionale, il Ministero dell’Interno dirama la Circolare N.15 del 25 Giugno 1938 con oggetto: Nuovo colore di prescrizione per la verniciatura degli automezzi e degli attrezzi del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.

La natura di questa circolare deve essere spiegata dal contesto storico: la crescente tensione tra le nazioni europee sfocerà nella Crisi di Monaco, in Spagna da due anni si combatte una guerra civile; per tutti i governi è chiaro che un conflitto di grandi proporzioni è un evento vicino e probabile, e quindi si cerca di correre ai ripari.
Ogni singola scelta effettuata dai vertici del Corpo Nazionale, è direttamente collegata alle aspettative di guerra del paese, quindi logico supporre che dietro la colorazione “militare” dei mezzi antincendio, vi è la consapevolezza che tali mezzi dovranno operare in scenari di guerra, dove l’essere mimetici fa la differenza tra l’essere colpiti e il rimanere incolumi, e quindi tra l’essere efficienti o meno.

La circolare recita quanto segue:

     Questo Ministero è venuto nella determinazione di adottare, per la verniciatura degli automezzi e degli attrezzi del Corpo nazionale dei vigili del fuoco,- con esclusione, per ora, dei materiali in servizio promiscuo – il colore di cui all’unito campione, in sostituzione di quello “rosso” attualmente in uso.
    Pertanto i Comandi provinciali dei vigili del fuoco provvederanno ad effettuare la verniciatura in questione in modo da ottenere la omogeneità di tinta degli automezzi e degli attrezzi in dotazione.
    Ai fini, peraltro, di rendere più agevoli e spediti i preliminari per l’approvvigionamento delle vernici nonchè dei diluenti e dei mastici isolanti, occorrenti per i lavori di nuova verniciatura, questo Ministero ha richiesto alle seguenti Ditte specializzate, scelte tra le più note e le maggiormente idonee:

Industria vernici italiane (I.V.I.) Milano
Società An. Italiana “Duco” Milano
Industrie Riunite vernici smalti “Arson Sisi” Milano

informazioni sui prodotti di rispettiva fabbricazione.
     Nel prospetto che si unisce (alleg. I) sono, pertanto, riepilogate le vernici offerte corrispondenti per tonalità di colore al campione ufficiale, nonchè i prodotti accessori (mastici e diluenti), e i prezzi relativi, che, peraltro, rivestono carattere esclusivamente informativo e possono, di conseguenza, essere suscettibili di variazione.
    Si ritiene opportuno precisare che la segnalazione delle Ditte sopra indicate non vincola, ai fini dell’approvvigionamento, i Comandi dei Corpi provinciali, ai quali viene lasciata facoltà di presciegliere altri produttori purchè questi offrano garanzia di serietà tecnica e commerciale e si impegnino a fornire una vernice assolutamente identica, per tonalità di colore, a quella campionata.
    Con l’occasione, per opportuna conoscenza e norma, si comunica che sia le vernici alla nitrocellulosa sia quelle a base sintetica sono particolarmente indicate per le autobotti, carri attrezzi, vetture ad uso comando etc., mentre quelle a base grassa trovano migliore impiego nella verniciatura dei telai, delle ruote, delle parti in legno e in genere di tutte le parti sottostanti alle autovetture.
    Effettuata la verniciatura in questione, occorrerà, altresì, procedere all’applicazione sugli automezzi in genere della seguente dicitura regolamentare: “Ministero Interno – Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco”, inquadrante lo stemma dello Stato, con la disposizione e le dimensioni (formato grande e formato medio) risultanti dalla riproduzione fotografica, che si unisce (all. 2)
   Tale dicitura, che potrà essere realizzata a mano, – tenendo presente, in tal caso, che le lettere dovranno essere colore oro con i margini riempiti in colore rosso – o mediante l’applicazione delle apposite decalcomanie disponibili nei due formati (grande e medio) presso la Ditta Bergomi di Milano, dovrà figurare possibilmente sui portelli anteriori o sulle fiancate delle autovetture in genere e dei rimorchi.
   Tuttavia, ove mai i Corpi si trovassero di fronte a difficoltà di tracciamento, sarà opportuno darne specifica segnalazione a questo Ministero per le conseguenti definitive decisioni.

Nelle note della circolare si legge scritto a mano: grigio Arson-Sisi 8696 – Milano Via Lorenteggio 33, dall’esame di alcuni documenti relativi alla verniciatura dei mezzi conseguenti alla circolare il colore è anche chiamato: grigio topo.
Si può quindiricostruire l’esatta modalità con cui i mezzi hanno cambiato colore, il Ministero diramata la comunicazione ha poi continuato a richiamare i vari Comandi provinciali perché venissero effettuati i lavori nel minor tempo possibile.
Un aspetto non da conto, è che ogni Comando doveva provvedere con le sue casse all’acquisto del materiale occorrente e poi erano gli stessi vigili in servizio che dovevano effettuare la verniciatura.
Trattandosi di un’operazione gestita in parziale autonomia, il Ministero viene chiamato più volte in causa per chiarire ai Comandi come doveva essere fatta la verniciatura, chiedendo sempre conferma dei lavori effettuati. Per questo motivo salvo diversa prova documentale, si è propensi a pensare che tutto il parco mezzi VVF è stato totalmente riconvertito al colore grigio topo.

Nell’immagine sottostante abbiamo ricostruito, ricolorando il negativo in bianco e nero, l’aspetto che aveva il Fiat 626 APS in dotazione al Comando di Cremona, così come si presentava nel 1939.
aps626_ricolorata02

In relazione alla diffusione della nuova verniciatura è d’obbligo una precisazione, in quanto è stata proposta in passato una tesi secondo cui, non tutti i Comandi avevano ottemperato alla direttiva, lasciando le autopompe rossemotivandone la scelta come un moto d’orgoglio dei pompieri, nonché un modo per contestare i vertici e il regime fascista.
Dal punto di vista documentale, non avendo rinvenuto prove di quanto asserito, questa tesi è da ritenersi improbabile oltre che illogica, e per non sembrare arbitrari, ricordiamo che la circolare è stata emessa in un periodo di pace, dove eventuali contestazioni o mancanze da parte del personale potevano essere facilmente perseguite e documentate.

A supporto della nostra conclusione, presentiamo un ulteriore documento; finita la Seconda Guerra Mondiale, con il ritorno alla normalità i pompieri erano ridotti a mal partito, gli anni di guerra avevano danneggiato le caserme e molti mezzi erano ormai al limite della vita operativa o erano andati persi sotto i bombardamenti.
In questo clima, molti Comandi provinciali avevano domandato al Ministero indicazioni su come gestire la crisi.
Dove fu possibile, venivano re-impiegati i mezzi lasciati dal Governo Alleato, si trattava di autocarri militari, ai quali venivano applicate alle fiancate le scale italiane e a ganci, mentre sui pianali trovavano posto i vigili e le restanti attrezzature. In pochi casi vennero applicate ai motori le pompe che prima erano montate sugli automezzi nostrani.
Questi mezzi ovviamente si presentavano con la verniciatura originale in Olive Drab se americani, o raramente nel marrone BS.987C se di derivazione britannica.
Per questo motivo, i pompieri si domandavano cosa fare per riguadagnare la propria identità.

Sarà la Circolare N°35 del 11 Marzo 1946, a chiarire la questione con oggetto: Verniciatura Automezzi.-

Nel corso della seduta del Consiglio Tecnico Consultivo del 18 Gennaio 1946, si è discusso fra l’altro il problema della tinta degli automezzi del Corpo, se dovesse cioè permanere del colore attuale oppure tornare al vecchio colore rosso.
     La quasi totalità dei presenti si è dichiarata favorevole a quest’ultima soluzione le cui ragioni tecniche e psicologiche non possono sfuggire ne mancare di riscuotere ampio consenso nel personale del Corpo.
     Tuttavia questo Ministero ha esaminato la soluzione del problema dal punto di vista pratico, addivenendo alla conclusione che la sostituzione simultanea della colorazione degli automezzi importerebbe una spesa notevolmente alta e tale da non essere sopportabile in momenti economicamente difficili.
     Pertanto, questo Ministero, al fine di non rimandare la soluzione a data imprecisata, e accedendo al criterio della gradualità, trasmette le seguenti disposizioni, alle quali si prega di attenersi:

1°) – il tono ed il tipo del rosso da usare per la verniciatura di tutti gli automezzi dei Corpi vigili del fuoco, verrà segnalato da questo Ministero, che ha all’uopo già interrogato alcune fra le principali ditte d’Italia.
      Si procederà altresì alla verniciatura in rosso di un’autopompa attualmente in costruzione, che dovrà costituire la prova per il campione di vernice e per il tono della tinta.
2°) – Nessun automezzo dev’essere verniciato senza che se ne presenti l’inderogabile necessità.
     In altri termini la nuova tinta dev’essere usata soltanto nel caso in cui l’automezzo, per evidenti ragioni di manutenzione o riparazioni, debba essere verniciato. In ogni caso la verniciatura, per ragioni di economia dev’essere eseguita presso l’officina del Corpo interessato o del Corpo più vicino che sia in grado di effettuarla.
3°) – La verniciatura di qualsiasi automezzo dovrà aver luogo solo dietro autorizzazione di questo Ministero, autorizzazione che verrà concessa soltanto a seguito di richiesta circostanziata e giustificata dell’inderogabile necessità.

La Direzione Generale dei Servizi Antincendi in questo modo, salva capra e cavoli, in un periodo di crisi e incertezza propone di tornare al vecchio e amato “rosso”, nel mentre però dovrà convivere con il grigio topo della guerra.
Non a caso in un intervista al figlio di un vigile del fuoco di Crema, si è scoperto che l’autopompa nell’immagine che vi abbiamo proposto ha finito la sua vita operativa nel distaccamento cittadino, e che ancora negli anni ’50 presentava la colorazione “militare”.

 

Federico Corradini

 

 

 

L’eco della sirena

C’è stato un tempo in cui pompieri non erano allertati per l’emergenze da una telefonata; in quei tempi, i pompieri non erano nemmeno presenti in pianta stabile nella caserma.

Stiamo parlando degli anni ’20 e ’30 del XX° secolo e a Crema, come in tante piccole cittadine italiane, i servizi antincendio erano un affare comunale.
Per fortuna che l’amministrazione locale del tempo era particolarmente lungimirante, ed aveva costituito un Consorzio Pompieristico, formato dai principali comuni del Cremasco.
I pompieri Cremaschi erano artigiani ed operai che in caso di chiamata dovevano lasciare il posto di lavoro e correre presso il Comune dove era custodito un vecchio Fiat 15 Ter riadattato ad autocarro antincendio con annessa autopompa.
Ma come avveniva la chiamata? Un tempo erano le campane suonate a martello, con l’avvento dello modernizzazione il compito era stato affidato ad una sirena meccanica posta sulla cima del Comune.

Il suono cupo della sirena però diventerà presto famoso non per la chiamata dei pompieri; perché in pochi anni lo scenario internazionale cambia e, con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 le sirene dei Comuni sono convertite ad allarme contro le incursioni aeree, e gestite dall’UNPA1433701150_pagina-1-590x811.

Come si vede nella cartolina che apre questo articolo, la sirena con il suo tipico cono di copertura, era posta sul tetto della Torre Pretoria.
Nel corso del Secondo Conflitto Mondiale suonerà diverse volte per allertare i cremaschi a correre nei rifugi, salvando diverse vite.

La sirena verrà poi ritirata dalla sua locazione originale e ad oggi è un mistero la sua fine, qualcuno sostiene che giace abbandonata nelle cantine del comune, altri hanno sostenuto che invece era addirittura posta nel campanile del Duomo, di sicuro al momento oltre la cartolina presentata e qualche notizia scarna, non abbiamo molto su cui ragionare.
Speriamo con questo breve articolo di stuzzicare la curiosità, e magari di iniziare una nuova ricerca negli archivi comunali; per far luce su questo pezzo di storia locale, la speranza, anzi un piccolo sogno sarebbe quello di ritrovarla ancora integra per poterla restaurare e metterla in mostra a tutta la cittadinanza come testimonianza di un epoca passata.

Vedremo se qualcuno coglierà il nostro spunto e vorrà aiutarci.

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