Terrae Motus

L’Italia e il Messico uniti dalla tragedia del terremoto

 

“Quando la terra trema, lascia in dote

qualche secondo di rumore e tanti anni di silenzio“

(Charles Kurault)

 

Un progetto fotografico di Marcello Ginelli

A cura di Elena Arzola

Con la collaborazione di Arianna Stringhi

A distanza di circa un anno e mezzo dal terribile sisma del 2016, la situazione attuale della città di Amatrice è quella di un triste cumulo di macerie. A Città del Messico, il terremoto ha devastato diversi quartieri e provocato centinaia di vittime.  Marcello Ginelli, testimone diretto di questi eventi, racconta per immagini la desolazione di Amatrice e il “suo” Messico, prima e durante il terremoto, con una ricca mostra fotografica i cui proventi saranno INTERAMENTE devoluti in beneficienza: in parte all’Associazione Fondo Semillas di Città del Messico, organizzazione no profit, http://www.semillas.org.mx e in parte, tramite l’Associazione Vigili del Fuoco in pensione di Rieti, alle famiglie di Amatrice individuate come più colpite dal sisma.

 

INFO:

Dal 28 gennaio al 18 febbraio 2018-01-22

Inaugurazione sabato  27.01.2018 ore 17.00

 

ORARI:

Dal lunedì al venerdì  – dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.00

Sabato e domenica  – dalle ore 11.00 alle 13.00 e dalle 15 alle 19.00

Ingresso donazione 2 euro.

 

CONTATTI/INFO

Tel. 391.3571568

Mail: salutamimarcello@gmail.com

Facebook: Marcello Ginelli

 

BIO:

Nato a Crema nel 1976, si accosta alla fotografia fin da piccolo, grazie al lavoro del padre, noto fotografo sportivo. Dopo la laurea in antropologia e diverse esperienze lavorative, capisce che la fotografia è per lui ben più di una semplice passione. Parte da Londra, dove tuttora risiede, per poi continuare il suo viaggio e il suo percorso professionale in giro per il mondo.

L’eco della sirena

C’è stato un tempo in cui pompieri non erano allertati per l’emergenze da una telefonata; in quei tempi, i pompieri non erano nemmeno presenti in pianta stabile nella caserma.

Stiamo parlando degli anni ’20 e ’30 del XX° secolo e a Crema, come in tante piccole cittadine italiane, i servizi antincendio erano un affare comunale.
Per fortuna che l’amministrazione locale del tempo era particolarmente lungimirante, ed aveva costituito un Consorzio Pompieristico, formato dai principali comuni del Cremasco.
I pompieri Cremaschi erano artigiani ed operai che in caso di chiamata dovevano lasciare il posto di lavoro e correre presso il Comune dove era custodito un vecchio Fiat 15 Ter riadattato ad autocarro antincendio con annessa autopompa.
Ma come avveniva la chiamata? Un tempo erano le campane suonate a martello, con l’avvento dello modernizzazione il compito era stato affidato ad una sirena meccanica posta sulla cima del Comune.

Il suono cupo della sirena però diventerà presto famoso non per la chiamata dei pompieri; perché in pochi anni lo scenario internazionale cambia e, con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 le sirene dei Comuni sono convertite ad allarme contro le incursioni aeree, e gestite dall’UNPA1433701150_pagina-1-590x811.

Come si vede nella cartolina che apre questo articolo, la sirena con il suo tipico cono di copertura, era posta sul tetto della Torre Pretoria.
Nel corso del Secondo Conflitto Mondiale suonerà diverse volte per allertare i cremaschi a correre nei rifugi, salvando diverse vite.

La sirena verrà poi ritirata dalla sua locazione originale e ad oggi è un mistero la sua fine, qualcuno sostiene che giace abbandonata nelle cantine del comune, altri hanno sostenuto che invece era addirittura posta nel campanile del Duomo, di sicuro al momento oltre la cartolina presentata e qualche notizia scarna, non abbiamo molto su cui ragionare.
Speriamo con questo breve articolo di stuzzicare la curiosità, e magari di iniziare una nuova ricerca negli archivi comunali; per far luce su questo pezzo di storia locale, la speranza, anzi un piccolo sogno sarebbe quello di ritrovarla ancora integra per poterla restaurare e metterla in mostra a tutta la cittadinanza come testimonianza di un epoca passata.

Vedremo se qualcuno coglierà il nostro spunto e vorrà aiutarci.

Sotto un unica bandiera

La Storia dei Vigili del Fuoco vive di miti e leggende, storie che sono state trasmesse dai vecchi del mestiere e nei racconti dei vigili a riposo.
Per molto tempo ho scioccamente creduto ad una di queste storie, che riguardava i Labari del Corpo, questi vessilli furono consegnati direttamente dalle mani del Duce Benito Mussolini ai vari comandanti dei Corpi Provinciali, il 2 Luglio 1939.

I labari erano fabbricati in velluto nero adornato agli angoli da fiamme rosse convergenti verso il centro che recava ricamato in canutiglia dorata un aquila imperiale, sul petto dell’aquila trovava infine posto la cosiddetta fiamma littoria, così chiamata per la presenza alla base del fascio. Ogni fiamma presentava il numero di Comando.
Sul retro del Labaro era posto il tricolore con il peculiare motto latino, differente per ogni Comando.
Questi vessilli erano parte della liturgia fascista, il simbolo dietro al quale si dovevano riunire tutti i Vigili del Fuoco, il grande merito dei fondatori del Corpo Nazionale fu proprio quello di instillare un senso di appartenenza unico che ancora oggi è invidiato e rimpianto.

La storia peculiare dei Labari comincia nel dopoguerra, la leggenda vuole che tutti i drappi furono bruciati perché adornati da simboli fascisti…

Le cose andarono diversamente per nostra fortuna. I labari presenti nei vari comandi venivano riposti in apposite valigette di trasporto quando non erano portati in parata, considerato che nel dopoguerra i vari comandanti e ufficiale avevano prestato servizio in tempo di guerra se non dalla nascita del Corpo o prima, questi labari erano guardati ancora con rispetto e orgoglio.
Non è un caso che nel 1950 una circolare interna chiedeva a tutti comandanti di dare notizia della stato di conservazione dei labari, e a seguito ne imponeva il trasferimento al Sacrario di Capannelle presso le Scuole Centrali Antincendi.
Grazie a questa disposizione i labari saranno conservati in bella vista nel Sacrario, testimoni del passato e della nascita del Corpo.
Oggi sono conservati con tutte le dovute cure viste la fragilità dei materiali, presso il Centro Documentazione, dei 97 labari, ad oggi ne mancano solo una decina, un numero esiguo e di sicuro dimostrativo di quanto ancora oggi questi oggetti suscitano orgoglio e rispetto.

Di seguito le immagini del labaro del 27° Corpo VVF di Cremona, fonte Servizio Documentazione Nazionale – archivio fotografico

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Il mondo dei gruppi storici e la memoria di un Corpo

Ci sono occasioni in cui la partecipazione del gruppo storico crea simpatiche situazioni di incomprensione; molti con aria sorpresa ci chiedono se siamo Vigili del Fuoco veri, o addirittura se le uniformi indossate sono una nuova fornitura data al Corpo (sic).

Devo essere molto sincero, e rivelare che non tutti i soci del gruppo sono effettivamente dei pompieri, molti dei ragazzi che partecipano alle rievocazioni sono in realtà semplici appassionati. Parlando con un caro amico che è anche socio fondatore del nostro Gruppo, abbiamo analizzato la realtà dei VVF in Italia, con desolazione stiamo assistendo al calo vertiginoso dei colleghi con la passione per il mestiere, a danno di chi ancora si ostina a prendere iniziative (molto spesso nello loro tempo libero) per riaccendere la fiamma della passione.
Vedi i gruppi storici, sempre più formati da personale volontario o come nel nostro caso da civili che si sono avvicinati alla storia del Corpo per molteplici motivi.

SCA0044Allora un analisi va fatta anche per i Gruppi Storici, se non altro per inquadrare come sono nati e che finalità si pongono.
Una piccola premessa, la rievocazione è vecchia quanto il mondo, se pensiamo ai Romani che nelle arene rievocavano le battaglie vinte dai loro legionari…
Nei Vigili del Fuoco le prime rievocazioni vengono organizzate per la fine dei corsi da Ausiliari, instaurati nei primi anni ’50, come testimoniato dalle foto del C.R. Mario Cerioli, quando ancora era un semplice ausiliario a Capannelle, certo erano semplici sfilate di mezzi dell’ottocento e le uniformi erano copie teatrali adattate allo scopo, ma è un segnale, di come fin dal passato ci fosse attenzione sensibilità per la storia del Corpo.
Negli anni ’70 poi nel comando di Mantova alcuni vigili permanenti si affannano nell’officina della caserma per sistemare dei mezzi degli anni ’20.
Nei successivi anni quasi tutti i comandi destinano uno spazio per raccogliere quei cimeli che erano persi nei magazzini, e così grazie all’interessi di altri illuminati ufficiali e pompieri nascono i primi musei del Corpo.
Tra i più importanti quello di Mantova, nato nel 1991 nell’occasione del 50° anniversario della fondazione del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, per volere del comandante Ing. Colangelo viene organizzata una manifestazione nella piazza principale della città, dove i pompieri si cimentano in un saggio tecnico con i mezzi d’epoca restaurati negli anni precedenti.
Nel corso del 1991 si susseguiranno manifestazioni dallo stesso carattere storico, creando un incentivo alla nascita di diverse realtà museali come Carate Brianza e Bellavista.
Di fatto il 50° rilancia l’interesse per la storia dei pompieri, il processo che ha portato alla creazione del Corpo Nazionale è sempre stato inviso per motivi politici, e non dobbiamo stupirci dato che proprio un prefetto fascista sarà il principale fautore della nazionalizzazione.
Pensiamo soltanto ai labari dei Comandi Provinciali che furono distrutti nel dopoguerra perché recanti il fascio littorio, e così per centinaia di altri oggetti che oggi avrebbero un valore storico e collezionistico inestimabile.
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Fino a questo momento la memoria è lasciata ai ricordi dei singoli, i libri che ripercorrono la storia del Corpo si contano sulle dita delle mani, e ovviamente lontani dagli standard di filologia storica.
Con questo non voglio sminuire il lavoro fatto in passato, perché ha avuto un peso e una rilevanza inestimabile nello stimolare le nuove generazioni di pompieri, ed è grazie a loro se oggi siamo approdati ad un nuovo livello di conoscenza.
Sarebbe scorretto non citare una delle figure che più si sono spese in questo ambito: Alessandro Mella, da giovane Vigile Discontinuo è diventato a pieno titolo lo Storico dei Vigili del Fuoco, con le sue pubblicazioni è stato in grado di dare forma e sostanza ai ricordi dei pensionati e dei pompieri che ci hanno preceduto.
Gli anni 2000 sono caratterizzati da questa nuova consapevolezza di una storia ricca e da guardare con orgoglio e così che nascono i primi veri e propri Gruppi Storici, in altre città nascono musei e raccolte di cimeli, come a Chiavenna, dove grazie ai ragazzi del Capo Reparto Claudio Persenico, già famoso per i suoi modelli in scala dei mezzi VVF, nasce una bellissima realtà museale. Sarà l’impulso dei pompieri a riposo a dar vita ad altre realtà come Milano, Firenze, Roma e Napoli.

In questo contesto arriviamo anche noi, piccolo gruppo di provincia; non possiamo certamente competere con i musei nei Comandi delle grandi città ma abbiamo molto entusiasmo e desiderio di cambiare un po’ le regole del gioco.
Infatti uno degli aspetti che personalmente mi ha sempre rammaricato è la staticità di un mezzo d’epoca, che fatta eccezione per le parate viene lasciato fermo in mostra, ma che non riesce a restituire il momento storico e le modalità in cui veniva utilizzato.
Il concetto di dinamicità è proprio della rievocazione storica, e noi reputiamo sia possibile riproporre momenti e situazioni caratteristici della storia dei Vigili del Fuoco. Un impegno che corrisponde non solo a rimettere su strada i mezzi d’epoca, ma renderli operativi e laddove possibile impiegarli in scene che ricostruiscono interventi storici e significativi, come già avvenuto in occasione della Festa dei Vigili del Fuoco Volontari di Bovisio Masciago.
Per la stessa ragione è necessario raccogliere l’eredità dagli storici e continuare il lavoro di ricerca per poter mostrare a tutti come doveva essere la figura del pompiere del passato, ogni minimo particolare curato alla perfezione e ogni rievocatore deve calarsi perfettamente nella parte incarnando cosi l’estrema sintesi della passione e della conoscenza per il Corpo.

Il nostro è un percorso molto impervio, non solo le difficoltà nel reperire il materiale, ma soprattutto vincere i pregiudizi e le invidie per dimostrare che è ancora possibile fare cultura e concretizzare una passione.

Pompieropoli a Ripalta Guerina

Quando ci hanno invitato a partecipare alla Pompieropoli di Ripalta Guerina ovviamente abbiamo accettato subito, e anzi, ne eravamo anche elettrizzati. Si può riassumere una giornata così entusiasmante in poche parole? Possiamo provarci!

Coinvolgimento – Bambini. Tantissimi bambini. Molti hanno completato il percorso costruito dai vigili del fuoco divertendosi a spegnere un vero incendio, a scalare una parete con tanto di imbragatura, a superare gli ostacoli. Moltissimi si sono presentati con magliette a tema, zainetti pieni di estintori, modellini di camion e elmetti rossi o gialli. Tutti, e di questo ne siamo certi, si sono divertiti a ottenere il loro attestato da vigile del fuoco sotto gli sguardi (e gli smartphone!) orgogliosi dei genitori e degli accompagnatori.

Fiducia – Non solo quella che gli accompagnatori hanno riposto negli organizzatori dell’evento che, dislocati lungo tutto il percorso, aiutavano i bambini a superare l’addestramento “come veri vigili del fuoco”. L’obiettivo della giornata era quello di raccontare ai giovani visitatori il lavoro del pompiere, al quale si affiancavano il poliziotto, il carabiniere, il finanziere e l’operatore di croce rossa e croce verde, realtà al servizio del cittadino e radicate sul territorio. Noi del gruppo storico ci siamo presentati con divise e materiali che raccontassero la storia dei vigili del fuoco mettendo in mostra divise dagli anni ’50 ai tempi moderni, un totem con filmati d’epoca che illustravano le prodezze dei tempi passati, e anche due biciclette di inizio XX secolo, molto apprezzate dagli adulti.

Organizzazione – Vigili del fuoco fuori servizio, pompieri in pensione, soci del gruppo storico, membri di polizia, carabinieri, guardia di finanza, della croce verde e della croce rossa italiana… Tutti hanno avuto una parte nell’organizzazione dell’evento. Nel giro di poco più di un’ora sono state montate le strutture che sarebbero state prese d’assalto dai piccoli partecipanti, il materiale informativo è stato esposto, i mezzi schierati, i volontari pronti a entrare in azione. Quando il parroco ha dato la sua benedizione è partita la giornata, ognuno è riuscito a fare la sua parte senza problemi ed ha messo in mostra ciò che di più bello aveva, affascinando non solo i bambini ma anche molti adulti.

Volontà – Ammettiamolo, senza la volontà dell’amministrazione cittadina, e non solo quella di chi si è impegnato a fondo per rendere la giornata perfetta, l’evento non sarebbe riuscito. Grazie quindi a chi ci ha ospitato concedendoci tutta la piazza, a chi ci ha rifocillato durante la pausa pranzo, a chi ci ha permesso di fare tutto ciò. Grazie anche allo sponsor che ha accettato la sfida con un’area bimbi accogliente e gente preparata a resistere al caldo e alle domande degli adulti.

Speriamo che quest’esperienza si possa ripetere presto, magari in altri centri abitati, con maggiore spazio per accogliere e far divertire ancora più partecipanti!


Susanna Marchesetti

5 X MILLE

5xmilleVVF

Cari amici, il Gruppo ha bisogno di voi, partecipate alla sottoscrizione del 5XMILLE alla nostra associazione, date il vostro contributo al progetto di Museo dei VVF a Crema. Con questa iniziativa potrete anche finanziare il recupero di mezzi d’epoca, attrezzature e uniformi storiche.

Giù nel profondo.

Era un Vigile del Fuoco il primo testimone di quell’orrore, appeso nell’imbracatura di corda è stato calato giù nel profondo della cavità carsica; al lume della torcia e con pietosa umanità cercava ciò che restava dei poveri compatrioti barbaramente assassinati.

A distanza di anni è difficile immaginare che tra i principali testimone del dramma della Foibe compaiono proprio i Vigili del Fuoco, siamo abituati a ragionare per associazioni di idee, se parliamo di un episodio di guerra, vengono subito alla mente solo i soldati, la dove avviene un eccidio vi sono solo cittadini inermi, una categorizzazione che spesso lascia ai margini le persone che hanno vissuto di riflesso l’evento, dei comprimari che però rappresentano una testimonianza a volte molto importante a inquadrare quanto avvenuto.

Quando si parla delle foibe si ricordano doverosamente le vittime, raramente si racconta di come si è arrivati a scoprire l’eccidio e ancora meno si parla delle persone che già durante la guerra avevano prestato la loro opera caritatevole per recuperare le spoglie delle vittime.
Il Maresciallo Arnaldo Harzarich del 41° Corpo VV.F. di Pola è uno dei principali protagonisti delle operazioni di recupero, e grazie ai suoi scritti e deposizioni ha permesso agli studiosi di rievocare quei terribili giorni.
Una premessa: dato che i recuperi delle salme avvennero nei giorni immediatamente successivi  all’armistizio del 8 Settembre 1943, si temeva che i partigiani di Tito potessero attaccare i pompieri impegnati nelle Foibe, fu così che il Prefetto di Pola aveva disposto una scorta armata, che a seconda della disponibilità era composta da militi del neo-costituito Esercito Nazionale Repubblicano oppure dalla Wehrmacht germanica. Questo particolare verrà utilizzato dopo la guerra per accusare il Maresciallo Harzarich di collusione con i fascisti, accusa volta a screditare la testimonianza sull’accaduto e avvalorare la tesi di partiti filo-sovietici di montatura da parte dei fascisti per plagiare l’opinione pubblica.

16 Ottobre 1943, una squadra di cinque vigili comandati dal Maresciallo Harzarich viene accompagnata dalla polizia in località Cregli di Barbana. Qui viene approntato un paranco che permette al Maresciallo di iniziare l’esplorazione della cavità. Con grande fatica e dispendio di materiali si riesce a giungere alla profondità di 190 metri, dove vengono rinvenuti i primi corpi straziati e resi irriconoscibili dalla caduta. Non è possibile il conteggio delle salme.
Bisogna provare ad immaginare cosa sia stato quel viaggio nelle profondità, con le corde in canapa cinte in vita e sotto le braccia, sospesi per diverse ore nel buio, con il fascio di luce della torcia a ispezionare uno spazio completamente sconosciuto.
Immaginate cosa vuol dire trovare un corpo esanime sfigurato in quelle condizioni, lo shock che può provocare anche alla persona più addestrata e abituata alla vista della morte.
Non sono i dati e le statistiche che devono fare impressione, ma quel singolo momento di umanità lacerata da tanto orrore, deve essere monito e imprimere in noi il ricordo che ciò è avvenuto e non deve essere dimenticato, ho peggio messo sul tavolo delle polemiche per dar ragione ad una o altra fazione politica.

Settanta anni dopo la fine del conflitto, mi sembra giusto rendere omaggio a quei giovani pompieri che con grande spirito di abnegazione si sono avvicendati nella triste opera di recupero per ritornare ai parenti delle vittime almeno le spoglie mortali dei loro cari ed ai più la speranza che nulla sarebbe rimasto intentato.

Per maggiori approfondimenti vi invitiamo a consultare il sito dell’amico Alessandro Mella:

 

www.storiavvf.it

Maresciallo Arnaldo Harzarich 41° Corpo VV.F. di Pola

Mario De Angelini e la calata nell’orrore

 

La prima autopompa

Chi durante la propria infanzia non ha giocato con la macchinina rossa dei pompieri? Noi non ne siamo mai usciti, per qualcuno è già un lavoro per altri continua ad essere una passione, ci siamo impegnati come gruppo storico a salvare e restaurare ogni oggetto caratteristico dei Vigili del Fuoco, ivi compresi i mezzi d’epoca.

Nel secondo dopoguerra, diversi fattori tra i quali il boom economico e le gravi calamità naturali hanno spinto i vertici del Corpo ad ammodernare il parco automezzi; dopo diverse ottime autopompe su carrozzeria Fiat 640/642 e OM Tigrotto/Leoncino, nei primi anni ’60 viene progettata e allestita una nuova autopompa su base meccanica OM 150. È l’inizio di una nuova era per i pompieri, il mezzo si rivela fin da subito un successo per la praticità e potenza, oltre ad essere un gioiello della tecnica, nella carrozzeria trovavano posto la maggior parte delle attrezzature per il soccorso d’urgeAPS-150-anza e l’estinzione degli incendi tra cui un serbatoio da 3000 litri. In passato non era possibile unire tutte queste caratteristiche su di un solo mezzo.
Il distaccamento di Crema era tra quelli equipaggiati con questa macchina, sia nella versione autopompa che in versione autobotte, e non mancano oggi pompieri in pensione che ne esaltano le doti di affidabilità.
Dall’introduzione della APS 150 sono passati dieci anni, la neonata IVECO, frutto della fusione di FIAT e OM mette a disposizione del Corpo un nuovo mezzo: si tratta della APS 160, evoluzione tecnica del precedente mezzo destinato a soppiantarlo nelle caserme e nei cuori dei pompieri.
La base è l’ottimo autocarro OM 160 UA, tra le novità del mezzo vi è la guida a sinistra oltre che alla motorizzazione più potente e affidabile. L’allestimento è della ditta bresciana BARIBBI,  noto marchio che collaborerà con la IVECO e i Vigili del Fuoco fino al fallimento avvenuto negli anni ’90.aps160nuova

I primi mezzi sono inviati ai Comandi delle grandi città, nella classica livrea completamente rosso fuoco, è il 1978 quando uno di questi targato VF 11636 arriva a Milano.
Nel corso dei suoi anni di servizio vede diversi distaccamenti passando a quello di Lodi fino ad arrivare al distaccamento di volontari di Casalpusterlengo.
Dopo 35 anni di onorato servizio, il mezzo viene messo in demolizione, una pratica che per gli addetti al settore indica semplicemente l’accantonamento in un piazzale e li dimenticato fino alla rottamazione.
In realtà la vera storia parte da qui, si perché una sera d’estate complice una birra in compagnia ed un caro amico in servizio al comando di Lodi, di fronte alla mia intenzione o meglio sogno di restaurare un mezzo d’epoca mi lancia la provocazione:< ma un bel 160 da mettere apposto non ti piacerebbe, al comando stiamo cercando di darne via uno…>.
Dopo la classica risposta del non prender in giro, il viso dell’amico si fa serio e conferma ciò che ha appena detto, seguono attimi di riflessione, si parla in effetti di prendere un bestione di 6 metri di lunghezza e tanti quintali e portarlo in un luogo dove operare il restauro.
Dopo un giro di telefonate abbiamo il posto al coperto, ora non resta che andare a vedere il mezzo e informarsi sul passaggio di proprietà dall’amministrazione al gruppo. Al Comando di Lodi troviamo immediatamente l’appoggio della locale sezione dell’Associazione Nazionale VVF, e grazie al loro contributo, che dal foglio matricolare possiamo fare la scoperta che in effetti il mezzo che stiamo acquisendo è parte dei primi lotti, la 1^ Serie di OM160 consegnati al Corpo.
Le APS 160 sono certamente significative per i pompieri, dopo il 150 sono state il cavallo di battaglia del Corpo, negli anni ’80 erano le prime macchine a vestire i nuovi colori caratterizzati dalla fascia bianca e scritte nere, sono state protagoniste anche del film comico “I Pompieri”, nell’immaginario collettivo l’idea di autopompa è legata alla sua silhouette, molti esemplari sono sopravvissuti e grazie ai restyling sono ancora presenti nei distaccamenti volontari. Insomma non sarà certo uno dei mezzi d’epoca più rari o affascinanti, ma rimane un pezzo di storia dei pompieri, noi umilmente lo abbiamo salvato e speriamo presto di pubblicare un’articolo sul suo restauro.

Come trovare un tesoro.

Può sembrare banale, ma una domanda che mi sono sentito rivolgere più volte è come abbiamo fatto a trovare gli oggetti che collezioniamo. Non è raro entrare in un museo e chiedersi come gli oggetti sono stati trovati e poi esposti, insomma si ritorna alla primitiva domanda; come si trova un tesoro.
Si perché di tesoro si tratta tutto ciò a cui sappiamo dare oltre che ad un valore venale anche un valore sentimentale, ogni singolo pezzo ha una storia dietro su come è stato trovato e restaurato. Mi piacerebbe oggi condividere con voi alcune considerazioni su come si diventa collezionista e come pian piano da un insieme di collezioni può nascere un museo.

Per alcuni tutto è cominciato fin da piccoli, nel mio caso quando da bambino sono stato portato nella caserma dei pompieri di Crema, e in quell’occasione, credo che vedendo la gioia negli occhi di bambino, alcune persone che reputo speciali mi hanno voluto donare un cappello, un dono semplice, un loro oggetto di vita quotidiana. Ma la potenza dei quel gesto, la possibilità di portare a casa un pezzo di passione per quel mestiere, è qualcosa di tangibile, ogni volta che lo hai nelle mani puoi sentire la passione, le emozioni quando parli di come ti è stato donato, rivivi la gioia del momento e la soddisfazione di chi è riuscito a strapparti un sorriso.

Quando si pensa a tutti questi oggetti, molti regalati negli anni da tutte quelle persone che cercano di incentivare al passione, a tenere duro, trovo normale credere che la passione venga consolidata e si crei un bisogno di incrementarla, magari all’inizio cercando di alimentare il semplice desiderio di possedere questi oggetti, con il tempo e con la maturità capisci che ogni cosa ha una sua storia e rappresenta soprattutto un pezzo di Storia, insomma sono testimoni di un epoca, di vicende tragiche e gloriose. Ecco quindi che con questa consapevolezza il desiderio muta in volontà di salvare e tramandare questi oggetti ad altri, si comprende queste storie merita di essere raccontate e come abbiamo sperimentato servono anche a chi del mestiere ignora la storia del suo lavoro.

Non sempre gli oggetti cadono giù dal cielo, voglio dire sono solo frutti di donazione, in particolare quando si comincia a collezionare c’è un momento in cui scopri di non essere l’unico collezionista, e che esistono luoghi e momenti in cui ritrovarsi per acquistare e scambiare le proprie collezioni.
All’inizio si va nei mercatini dell’usato e antiquariato, è il primo passo, nel nostro caso non è raro trovare tra banchi di mobilio d’epoca anche un casco od un distintivo, probabilmente erano di un pensionato che li aveva tenuti come ricordo. Questi mercatini possono essere la manna del collezionista, dato che spaziano su un vasto genere di oggetti i prezzi degli oggetti che ci interessano possono essere bassi, perché il venditore ignora il valore reale, per lo stesso motivo potremmo anche trovare un umile elmo del XX secolo venduto per il più raro copricapo di qualche generale napoleonico, e vi garantisco che è successo.
Il limite di questi mercatini è che non c’è garanzia di trovare sempre ciò che cerchiamo, i pezzi rari appunto sono rari e difficilmente si trovano nei banchetti dietro casa, così il collezionista inizia a frequentare le fiere specializzate in Militaria, la branca del collezionismo che copre anche il campo pompieristico.

Le fiere di militaria sono un oceano di materiale che va scandagliato con attenzione, tra i banchi puoi trovare il classico elmo Mispa usato negli anni ’80, venduto a pochi euro e al banco successivo lo stesso elmo venduto a cento. Insomma la possibilità di acquistare pezzi rari va di pari passo alla possibilità di essere spennati come polli.
Ci vuole cautela, non basta solo la passione a questo punto diventa necessario incrementare le conoscenze storiche e tecniche del proprio campo, questo vuol dire in parole povere, tanto studio; si passa maggior tempo sui libri, bisogna visionare centinaia, migliaia di fotografie d’epoca, anche gli amici collezionisti con grande esperienza diventano punto di riferimento e di scambio di opinioni.

Il passo successivo, dopo aver preso atto che non bastano le fiere di militaria per riempire al collezione si passa ai social network, nel nostro caso Ebay e a volte anche lo stesso Facebook.
Su Ebay basta digitare “vigili del fuoco” o “pompieri” e automaticamente verremo reindirizzati a tutti quegli oggetti che ci possono interessare, troveremo anche qui i classici elmi Mispa, sempre onnipresenti e venduti a prezzi non proprio omogenei, tenete presente che il classico elmo anni ’80 ha un valore vicino ai 20/30 euro dato che è stato prodotto in un numero di esemplari molto alto è facile trovarlo. Ma siamo su Ebay che è come la fiera di militaria e quindi i prezzi sono fatti sia dai professionisti che dalle persone ignoranti del settore e non è raro trovarlo in vendita a 160 euro (!). La comodità delle aste su internet è la vetrina che offrono agli oggetti, è molto facile controllare se ci sono oggetti nuovi e magari trovare una perla del collezionismo sottovalutata e venduta per pochi spiccioli.
Un alternativa a Ebay sono i siti di soli annunci come Subito.it, il pregio è la possibilità di contattare direttamente il venditore e concordare il prezzo senza il rischio di doversi aggiudicare un oggetto dopo una guerra al rilancio.
Un ultimo caso è Facebook, nell’ultimo anno ho personalmente sperimentato i “gruppi mercatino” che seguono le stesse dinamiche dei siti come Subito.it, il contatto diretto spesso aiuta anche l’aggregazione tra collezionisti e appassionati, si creano nuove amicizie e come un cerchio spesso si passa dal comprare un oggetto da una persona e poi si finisce per scambiare e infine ricevere in dono altre cose, tutto grazie alla condivisione della passione.

Ci sono molti aspetti di questo mondo di cui si potrebbe parlare, è veramente vasto e variegato, almeno adesso sapete quali sono i motivi e come si creano le nostre amate “collezioni”.

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