Terrae Motus

L’Italia e il Messico uniti dalla tragedia del terremoto

 

“Quando la terra trema, lascia in dote

qualche secondo di rumore e tanti anni di silenzio“

(Charles Kurault)

 

Un progetto fotografico di Marcello Ginelli

A cura di Elena Arzola

Con la collaborazione di Arianna Stringhi

A distanza di circa un anno e mezzo dal terribile sisma del 2016, la situazione attuale della città di Amatrice è quella di un triste cumulo di macerie. A Città del Messico, il terremoto ha devastato diversi quartieri e provocato centinaia di vittime.  Marcello Ginelli, testimone diretto di questi eventi, racconta per immagini la desolazione di Amatrice e il “suo” Messico, prima e durante il terremoto, con una ricca mostra fotografica i cui proventi saranno INTERAMENTE devoluti in beneficienza: in parte all’Associazione Fondo Semillas di Città del Messico, organizzazione no profit, http://www.semillas.org.mx e in parte, tramite l’Associazione Vigili del Fuoco in pensione di Rieti, alle famiglie di Amatrice individuate come più colpite dal sisma.

 

INFO:

Dal 28 gennaio al 18 febbraio 2018-01-22

Inaugurazione sabato  27.01.2018 ore 17.00

 

ORARI:

Dal lunedì al venerdì  – dalle ore 10.00 alle 12.00 e dalle 15.00 alle 18.00

Sabato e domenica  – dalle ore 11.00 alle 13.00 e dalle 15 alle 19.00

Ingresso donazione 2 euro.

 

CONTATTI/INFO

Tel. 391.3571568

Mail: salutamimarcello@gmail.com

Facebook: Marcello Ginelli

 

BIO:

Nato a Crema nel 1976, si accosta alla fotografia fin da piccolo, grazie al lavoro del padre, noto fotografo sportivo. Dopo la laurea in antropologia e diverse esperienze lavorative, capisce che la fotografia è per lui ben più di una semplice passione. Parte da Londra, dove tuttora risiede, per poi continuare il suo viaggio e il suo percorso professionale in giro per il mondo.

L’eco della sirena

C’è stato un tempo in cui pompieri non erano allertati per l’emergenze da una telefonata; in quei tempi, i pompieri non erano nemmeno presenti in pianta stabile nella caserma.

Stiamo parlando degli anni ’20 e ’30 del XX° secolo e a Crema, come in tante piccole cittadine italiane, i servizi antincendio erano un affare comunale.
Per fortuna che l’amministrazione locale del tempo era particolarmente lungimirante, ed aveva costituito un Consorzio Pompieristico, formato dai principali comuni del Cremasco.
I pompieri Cremaschi erano artigiani ed operai che in caso di chiamata dovevano lasciare il posto di lavoro e correre presso il Comune dove era custodito un vecchio Fiat 15 Ter riadattato ad autocarro antincendio con annessa autopompa.
Ma come avveniva la chiamata? Un tempo erano le campane suonate a martello, con l’avvento dello modernizzazione il compito era stato affidato ad una sirena meccanica posta sulla cima del Comune.

Il suono cupo della sirena però diventerà presto famoso non per la chiamata dei pompieri; perché in pochi anni lo scenario internazionale cambia e, con l’entrata in guerra dell’Italia nel 1940 le sirene dei Comuni sono convertite ad allarme contro le incursioni aeree, e gestite dall’UNPA1433701150_pagina-1-590x811.

Come si vede nella cartolina che apre questo articolo, la sirena con il suo tipico cono di copertura, era posta sul tetto della Torre Pretoria.
Nel corso del Secondo Conflitto Mondiale suonerà diverse volte per allertare i cremaschi a correre nei rifugi, salvando diverse vite.

La sirena verrà poi ritirata dalla sua locazione originale e ad oggi è un mistero la sua fine, qualcuno sostiene che giace abbandonata nelle cantine del comune, altri hanno sostenuto che invece era addirittura posta nel campanile del Duomo, di sicuro al momento oltre la cartolina presentata e qualche notizia scarna, non abbiamo molto su cui ragionare.
Speriamo con questo breve articolo di stuzzicare la curiosità, e magari di iniziare una nuova ricerca negli archivi comunali; per far luce su questo pezzo di storia locale, la speranza, anzi un piccolo sogno sarebbe quello di ritrovarla ancora integra per poterla restaurare e metterla in mostra a tutta la cittadinanza come testimonianza di un epoca passata.

Vedremo se qualcuno coglierà il nostro spunto e vorrà aiutarci.

Sotto un unica bandiera

La Storia dei Vigili del Fuoco vive di miti e leggende, storie che sono state trasmesse dai vecchi del mestiere e nei racconti dei vigili a riposo.
Per molto tempo ho scioccamente creduto ad una di queste storie, che riguardava i Labari del Corpo, questi vessilli furono consegnati direttamente dalle mani del Duce Benito Mussolini ai vari comandanti dei Corpi Provinciali, il 2 Luglio 1939.

I labari erano fabbricati in velluto nero adornato agli angoli da fiamme rosse convergenti verso il centro che recava ricamato in canutiglia dorata un aquila imperiale, sul petto dell’aquila trovava infine posto la cosiddetta fiamma littoria, così chiamata per la presenza alla base del fascio. Ogni fiamma presentava il numero di Comando.
Sul retro del Labaro era posto il tricolore con il peculiare motto latino, differente per ogni Comando.
Questi vessilli erano parte della liturgia fascista, il simbolo dietro al quale si dovevano riunire tutti i Vigili del Fuoco, il grande merito dei fondatori del Corpo Nazionale fu proprio quello di instillare un senso di appartenenza unico che ancora oggi è invidiato e rimpianto.

La storia peculiare dei Labari comincia nel dopoguerra, la leggenda vuole che tutti i drappi furono bruciati perché adornati da simboli fascisti…

Le cose andarono diversamente per nostra fortuna. I labari presenti nei vari comandi venivano riposti in apposite valigette di trasporto quando non erano portati in parata, considerato che nel dopoguerra i vari comandanti e ufficiale avevano prestato servizio in tempo di guerra se non dalla nascita del Corpo o prima, questi labari erano guardati ancora con rispetto e orgoglio.
Non è un caso che nel 1950 una circolare interna chiedeva a tutti comandanti di dare notizia della stato di conservazione dei labari, e a seguito ne imponeva il trasferimento al Sacrario di Capannelle presso le Scuole Centrali Antincendi.
Grazie a questa disposizione i labari saranno conservati in bella vista nel Sacrario, testimoni del passato e della nascita del Corpo.
Oggi sono conservati con tutte le dovute cure viste la fragilità dei materiali, presso il Centro Documentazione, dei 97 labari, ad oggi ne mancano solo una decina, un numero esiguo e di sicuro dimostrativo di quanto ancora oggi questi oggetti suscitano orgoglio e rispetto.

Di seguito le immagini del labaro del 27° Corpo VVF di Cremona, fonte Servizio Documentazione Nazionale – archivio fotografico

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