L’effige sui fianchi

Nel precedente articolo Il colore dei pompieri, abbiamo parlato dell’evoluzione delle livree degli automezzi in dotazione tra la fine degli anni ’30 e i primi anni ’50. Abbiamo anche accennato al tipo di stemma che veniva applicato sulle fiancate dei veicoli.
Approfondiremo l’argomento, per comprendere come sia cambiato nei giorni della guerra e nel dopoguerra, con il ritorno della livrea rossa.

La Circolare n.15 del 25 Giugno 1938, che già conosciamo per l’introduzione della livrea Grigio Topo, elenca anche le caratteristiche che devono avere gli stemmi da applicare sulle fiancate: “…occorrerà, altresì, procedere all’applicazione sugli automezzi in genere della seguente dicitura regolamentare:“Ministero Interno – Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco”, inquadrante lo stemma dello Stato, con la disposizione e le dimensioni (formato grande e formato medio) risultanti dalla riproduzione fotografica, che si unisce (all. 2)
   Tale dicitura, che potrà essere realizzata a mano, – tenendo presente, in tal caso, che le lettere dovranno essere colore oro con i margini riempiti in colore rosso – o mediante l’applicazione delle apposite decalcomanie disponibili nei due formati (grande e medio) presso la Ditta Bergomi di Milano, dovrà figurare possibilmente sui portelli anteriori o sulle fiancate delle autovetture in genere e dei rimorchi.”

Le direttive della Circolare sono molto chiare, e come evidenziato anche dagli archivi presenti nei Comandi Provinciali, a verniciatura effettuata, gli automezzi venivano fotografati per fornire una prova al Ministero, che i lavori erano eseguiti a “regola d’arte”.
Quello che può sembrare un eccesso di burocrazia, deve essere letto nel particolare contesto storico, in cui si pone la creazione del Corpo Nazionale.

Dal 1935 con le prime leggi che istituiscono i Comandi Provinciali dei Vigili del Fuoco, bisogna aspettare il Regio Decreto Legge n.333 del 27 febbraio 1939 perché sia istituito ufficialmente il Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, queste norme applicate nel 1938, rientrano nel concerto di disposizioni attuate per fornire e garantire un’identità unitaria, senso di appartenenza, oltre che riconoscibilità da parte dei cittadini del Regno.

67Motopompe_periodo_ww2

1938capitolato
Fig.1 La decalcomania introdotta con la Circolare n.15 del 1938

Lo stemma così come rappresentato nella fig.1 è prodotto dalla S. A. Bergomi di Milano in formato decalcomania ad acqua. Si tratta di un supporto cartaceo composto da una sottile pellicola sulla quale viene stampata la grafica, il supporto una volta posto in acqua per reazione chimica fa sollevare la pellicola, che rimane in sospensione e può essere trasferita sul supporto finale, tramite scivolamento, una volta asciugati i residui d’acqua la grafica è trasferita permanentemente sul supporto finale, nel nostro caso, la fiancata degli automezzi.
Va sottolineato come la scelta delle lettere color oro bordate in rosso, risponda all’esigenza di far emergere la dicitura dal fondo grigioverde. Secondariamente, ma possiamo solo ipotizzarlo, il rosso è un rimando alla tradizione e alle colorazioni degli automezzi del periodo comunale.

Nel 1943 la caduta del fascismo e l’avvento della Repubblica Sociale Italiana (RSI), porta ad una prima sostanziale modifica della decalcomania. Il nuovo governo insediato nei pressi di Salò sul Lago di Garda aveva competenza sulle regioni del Centro-Nord a eccezione del Trentino, dell’Alto-Adige, della provincia di Belluno, del Friuli e della Venezia Giulia, dell’Istria, annesse di fatto al Terzo Reich.
Questo nuovo assetto governativo ha portato alla cancellazione dei simboli che riconducevano ai Savoia. Troviamo una testimonianza di questa direttiva nei documenti ufficiali dove i simboli di Stato sono cancellati tramite timbri o segnature a penna.
La stessa logica viene applicata anche ai Vigili del Fuoco che devono cancellare dalle fiancate l’emblema di Stato così come in fig.2.

pompieri_partigiani
25 Aprile 1945 autocarro delle squadre Celeri requisito da un drappello di partigiani e VVF
1943_RSI
Fig. 2  La dicitura con l’eliminazione del simbolo di Stato nel periodo 1943-45

Il Dopoguerra rappresenta una sfida per i Vigili del Fuoco, il parco mezzi dei Comandi è ridotto in pessime condizioni. Molti automezzi sono rimasti danneggiati dalle incursioni e bombardamenti delle città, altrettanti sono stati requisiti nella ritirata delle truppe germaniche; non ultimo dal 1943 il Corpo è di fatto diviso in due Direzioni Generali, al Nord Italia sotto la RSI, al Sud sotto la supervisione dello Allied Military Governament (AMG).
Con il ritorno a Roma della riunificata Direzione Generale dei Servizi Antincendi, si apre il periodo di ricostruzione del Corpo.
Nei Comandi Provinciali accanto agli automezzi di produzione nazionale, ora trovano posto i veicoli di produzione anglo-americana ereditati dallo AMG; lentamente nelle officine i mezzi vengono riparati e allestiti per i servizi di soccorso.
In questa particolare fase, studiando le fotografie, possiamo ricostruire la situazione eterogenea, frutto dell’arte dell’arrangiarsi, che ha contraddistinto i primi anni del dopoguerra.
Non potendo ritornare nell’immediatezza al tradizionale rosso, come sancito dalla Circolare n.35 del 11 Marzo 1946, tra il 1945 e i primi anni ’50 i veicoli mantengono le precedenti livree in Grigio Topo o nei casi di provenienza anglo-americana in Olive Drab e raramente in marrone BS.987C, durante questo periodo convivono diverse applicazioni dell’emblema di Corpo. Principalmente si tratta di versioni a cui è stato asportato il simbolo di Stato Sabaudo.

10557630_10207228188774807_7034589815305714759_o

IMG_0266
Consegna di nuove AutoLettighe su base Fiat 1100, anni ’50
1945transizionale01
Fig.3 Decalcomania in uso dal 1945 al 1948

A seguito della commessa del Ministero per il nuovo gruppo di AutoPompe Serbatoio (APS) su base FIAT 640n e 666, viene finalmente reintrodotta la livrea rossa, insieme a questa, anche lo stemma da applicare alle fiancate è modificato, con la comparsa della fiamma stilizzata. La bordatura rossa delle lettere viene eliminata, in quanto l’applicazione su un fondo della stessa tonalità sarebbe stato inutile e ridondante.
Il passaggio dal Grigio Topo al Rosso Vigilfuoco, non è immediato, nei primi anni ’50 è ancora possibile veder sfilare le nuove APS al fianco di vecchi modelli in livrea bellica, così come dimostrato dalla foto seguente, che mostra una AutoScala FIAT del Comando di Genova ancora in livrea Grigio Topo, a cui è stata cancellata grossolanamente la vecchia decolmania per far posto a quella di più recente adozione. La foto è databile dopo il 1951 per la presenza degli elmi Violini, introdotti proprio in tale anno.

vvf_genova_1950
Sfilata del 2 Giugno a Genova anni ’50
1946transizionale02
Fig.4 Decalcomania in uso nel periodo di transizione dalla livrea Grigio Topo a Rosso Vigilfuoco. 1948-1951 circa

Con l’introduzione delle prime APS su base FIAT 640n nel 1948 viene applicata la nuova livrea in Rosso Vigilfuoco, e le nuove decalcomanie. Questa livrea rimane immutata fino al 1980, quando gradualmente vengono dismessi i vecchi stemmi per far posto alle bande bianca ad alta visibilità.

cerioli
APS FIAT 640n allestito dalla Bergomi del Distaccamento di Crema
1950capitolato
Fig. 5 Decalcomania in uso dal 1948 al 1980

L’utilizzo di questo tipo di grafica è caduta in disuso nei primi anni ’80; l’esponenziale aumento del traffico veicolare, per le vie cittadine, ha portato ad affrontare il problema della visibilità dei mezzi di soccorso, introducendo le bande bianche sulle fiancate dei mezzi per accentuarne la visibilità anche nelle ore notturne.
Ancora oggi questo tipo di stemma viene ricordato con nostalgia e orgoglio da parte dei pompieri a riposo. Segno che l’originaria idea di rafforzare lo spirito di corpo anche attraverso le insegne, era un idea valida e fondata.

 

Il colore dei pompieri.

Ovunque nel mondo se vediamo un camion rosso, non possiamo fare altro che ricollegarlo ad un mezzo dei pompieri. Se ci soffermiamo un attimo a pensare, il collegamento rosso – pompieri è tanto logico quanto intuitivo.
La storia del colore dei pompieri è tutt’altro che scontata, per molti aspetti rimane, a livello storico, un dilemma riuscire a ricondurre le motivazioni che hanno portato alla scelta del famoso colore.
Nel mondo anglosassone sono differenti le versioni della storia: chi sostiene che i primi carretti ottocenteschi siano stati colorati con la vernice più appariscente, motivando la scelta per orgoglio delle prime compagnie di pompieri americani; altri che invece raccontano di come il colore fu scelto per una mera coincidenza: il fornitore locale non disponeva di altri colori all’infuori del rosso.

Mettendo da parte i racconti e i classici miti folkloristici, esiste almeno per quanto riguarda la storia del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco una copiosa documentazione, che rivela alcune sorprese e almeno per i non addetti ai lavori può rappresentare un eresia scoprire che i mezzi in passato erano verniciati di verde.

Prima dell’avvento dell’unificazione dei servizi antincendi, l’Italia era un coacervo di corpi comunali di pompieri volontari, poche grandi città potevano permettersi il lusso di un corpo di professionisti, stipendiati per essere in servizio H24.
Questa situazione unita alla povertà delle casse comunali nel primo dopoguerra aveva portato all’acquisto di mezzi di ogni genere e tipologia, spesso di seconda mano modificati artigianalmente.
Non c’è da stupirsi se un piccolo comune, come quello di Crema, nel corso dei tardi anni ’20 aveva cercato di dotarsi  della prima autopompa su base Fiat 15 Ter, prodotta un decennio prima e già ritenuta obsoleta.

Partiamo quindi da una considerazione di merito, per conoscere l’esatta colorazione di questi primi mezzi a motore, è necessario trovare la documentazione conservata dagli archivi comunali; sperando che tra le note di acquisto sia indicato un riferimento sul colore.
Fatta questa considerazione, bisogna prendere confidenza con un contesto storico, in cui i colori e pigmenti non seguivano un codice unificato a livello, anche solo nazionale, ma si basava meramente sui campioni prodotti dalle diverse ditte di vernici, solo l’esperienza dei tecnici permetteva la riproduzione fedele della vernice messa a campione.

Se con un certo grado di certezza possiamo dire che molti mezzi dell’epoca erano rossi, è per noi difficile stabilire quale tonalità o tipo di vernice veniva maggiormente impiegata.
Come dimostrano le foto d’epoca, il panorama è letteralmente variopinto, si passa dai FIAT 614 bianchi ai Fiat 503 rossi.

Questa situazione di disomogeneità è destinata a sparire, e sarà l’avvento del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco a sancirlo. A partire dalle prime bozze di legge del 1935 nel corso dei successivi anni, sotto la spinta del governo fascista, i vari corpi comunali convergono in una struttura centralizzata, che tra le altre cose curerà la standardizzazione dei mezzi e dei materiali.

Dopo un primo intervento per censire la consistenza degli automezzi sul suolo nazionale, il Ministero dell’Interno dirama la Circolare N.15 del 25 Giugno 1938 con oggetto: Nuovo colore di prescrizione per la verniciatura degli automezzi e degli attrezzi del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco.

La natura di questa circolare deve essere spiegata dal contesto storico: la crescente tensione tra le nazioni europee sfocerà nella Crisi di Monaco, in Spagna da due anni si combatte una guerra civile; per tutti i governi è chiaro che un conflitto di grandi proporzioni è un evento vicino e probabile, e quindi si cerca di correre ai ripari.
Ogni singola scelta effettuata dai vertici del Corpo Nazionale, è direttamente collegata alle aspettative di guerra del paese, quindi logico supporre che dietro la colorazione “militare” dei mezzi antincendio, vi è la consapevolezza che tali mezzi dovranno operare in scenari di guerra, dove l’essere mimetici fa la differenza tra l’essere colpiti e il rimanere incolumi, e quindi tra l’essere efficienti o meno.

La circolare recita quanto segue:

     Questo Ministero è venuto nella determinazione di adottare, per la verniciatura degli automezzi e degli attrezzi del Corpo nazionale dei vigili del fuoco,- con esclusione, per ora, dei materiali in servizio promiscuo – il colore di cui all’unito campione, in sostituzione di quello “rosso” attualmente in uso.
    Pertanto i Comandi provinciali dei vigili del fuoco provvederanno ad effettuare la verniciatura in questione in modo da ottenere la omogeneità di tinta degli automezzi e degli attrezzi in dotazione.
    Ai fini, peraltro, di rendere più agevoli e spediti i preliminari per l’approvvigionamento delle vernici nonchè dei diluenti e dei mastici isolanti, occorrenti per i lavori di nuova verniciatura, questo Ministero ha richiesto alle seguenti Ditte specializzate, scelte tra le più note e le maggiormente idonee:

Industria vernici italiane (I.V.I.) Milano
Società An. Italiana “Duco” Milano
Industrie Riunite vernici smalti “Arson Sisi” Milano

informazioni sui prodotti di rispettiva fabbricazione.
     Nel prospetto che si unisce (alleg. I) sono, pertanto, riepilogate le vernici offerte corrispondenti per tonalità di colore al campione ufficiale, nonchè i prodotti accessori (mastici e diluenti), e i prezzi relativi, che, peraltro, rivestono carattere esclusivamente informativo e possono, di conseguenza, essere suscettibili di variazione.
    Si ritiene opportuno precisare che la segnalazione delle Ditte sopra indicate non vincola, ai fini dell’approvvigionamento, i Comandi dei Corpi provinciali, ai quali viene lasciata facoltà di presciegliere altri produttori purchè questi offrano garanzia di serietà tecnica e commerciale e si impegnino a fornire una vernice assolutamente identica, per tonalità di colore, a quella campionata.
    Con l’occasione, per opportuna conoscenza e norma, si comunica che sia le vernici alla nitrocellulosa sia quelle a base sintetica sono particolarmente indicate per le autobotti, carri attrezzi, vetture ad uso comando etc., mentre quelle a base grassa trovano migliore impiego nella verniciatura dei telai, delle ruote, delle parti in legno e in genere di tutte le parti sottostanti alle autovetture.
    Effettuata la verniciatura in questione, occorrerà, altresì, procedere all’applicazione sugli automezzi in genere della seguente dicitura regolamentare: “Ministero Interno – Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco”, inquadrante lo stemma dello Stato, con la disposizione e le dimensioni (formato grande e formato medio) risultanti dalla riproduzione fotografica, che si unisce (all. 2)
   Tale dicitura, che potrà essere realizzata a mano, – tenendo presente, in tal caso, che le lettere dovranno essere colore oro con i margini riempiti in colore rosso – o mediante l’applicazione delle apposite decalcomanie disponibili nei due formati (grande e medio) presso la Ditta Bergomi di Milano, dovrà figurare possibilmente sui portelli anteriori o sulle fiancate delle autovetture in genere e dei rimorchi.
   Tuttavia, ove mai i Corpi si trovassero di fronte a difficoltà di tracciamento, sarà opportuno darne specifica segnalazione a questo Ministero per le conseguenti definitive decisioni.

Nelle note della circolare si legge scritto a mano: grigio Arson-Sisi 8696 – Milano Via Lorenteggio 33, dall’esame di alcuni documenti relativi alla verniciatura dei mezzi conseguenti alla circolare il colore è anche chiamato: grigio topo.
Si può quindiricostruire l’esatta modalità con cui i mezzi hanno cambiato colore, il Ministero diramata la comunicazione ha poi continuato a richiamare i vari Comandi provinciali perché venissero effettuati i lavori nel minor tempo possibile.
Un aspetto non da conto, è che ogni Comando doveva provvedere con le sue casse all’acquisto del materiale occorrente e poi erano gli stessi vigili in servizio che dovevano effettuare la verniciatura.
Trattandosi di un’operazione gestita in parziale autonomia, il Ministero viene chiamato più volte in causa per chiarire ai Comandi come doveva essere fatta la verniciatura, chiedendo sempre conferma dei lavori effettuati. Per questo motivo salvo diversa prova documentale, si è propensi a pensare che tutto il parco mezzi VVF è stato totalmente riconvertito al colore grigio topo.

Nell’immagine sottostante abbiamo ricostruito, ricolorando il negativo in bianco e nero, l’aspetto che aveva il Fiat 626 APS in dotazione al Comando di Cremona, così come si presentava nel 1939.
aps626_ricolorata02

In relazione alla diffusione della nuova verniciatura è d’obbligo una precisazione, in quanto è stata proposta in passato una tesi secondo cui, non tutti i Comandi avevano ottemperato alla direttiva, lasciando le autopompe rossemotivandone la scelta come un moto d’orgoglio dei pompieri, nonché un modo per contestare i vertici e il regime fascista.
Dal punto di vista documentale, non avendo rinvenuto prove di quanto asserito, questa tesi è da ritenersi improbabile oltre che illogica, e per non sembrare arbitrari, ricordiamo che la circolare è stata emessa in un periodo di pace, dove eventuali contestazioni o mancanze da parte del personale potevano essere facilmente perseguite e documentate.

A supporto della nostra conclusione, presentiamo un ulteriore documento; finita la Seconda Guerra Mondiale, con il ritorno alla normalità i pompieri erano ridotti a mal partito, gli anni di guerra avevano danneggiato le caserme e molti mezzi erano ormai al limite della vita operativa o erano andati persi sotto i bombardamenti.
In questo clima, molti Comandi provinciali avevano domandato al Ministero indicazioni su come gestire la crisi.
Dove fu possibile, venivano re-impiegati i mezzi lasciati dal Governo Alleato, si trattava di autocarri militari, ai quali venivano applicate alle fiancate le scale italiane e a ganci, mentre sui pianali trovavano posto i vigili e le restanti attrezzature. In pochi casi vennero applicate ai motori le pompe che prima erano montate sugli automezzi nostrani.
Questi mezzi ovviamente si presentavano con la verniciatura originale in Olive Drab se americani, o raramente nel marrone BS.987C se di derivazione britannica.
Per questo motivo, i pompieri si domandavano cosa fare per riguadagnare la propria identità.

Sarà la Circolare N°35 del 11 Marzo 1946, a chiarire la questione con oggetto: Verniciatura Automezzi.-

Nel corso della seduta del Consiglio Tecnico Consultivo del 18 Gennaio 1946, si è discusso fra l’altro il problema della tinta degli automezzi del Corpo, se dovesse cioè permanere del colore attuale oppure tornare al vecchio colore rosso.
     La quasi totalità dei presenti si è dichiarata favorevole a quest’ultima soluzione le cui ragioni tecniche e psicologiche non possono sfuggire ne mancare di riscuotere ampio consenso nel personale del Corpo.
     Tuttavia questo Ministero ha esaminato la soluzione del problema dal punto di vista pratico, addivenendo alla conclusione che la sostituzione simultanea della colorazione degli automezzi importerebbe una spesa notevolmente alta e tale da non essere sopportabile in momenti economicamente difficili.
     Pertanto, questo Ministero, al fine di non rimandare la soluzione a data imprecisata, e accedendo al criterio della gradualità, trasmette le seguenti disposizioni, alle quali si prega di attenersi:

1°) – il tono ed il tipo del rosso da usare per la verniciatura di tutti gli automezzi dei Corpi vigili del fuoco, verrà segnalato da questo Ministero, che ha all’uopo già interrogato alcune fra le principali ditte d’Italia.
      Si procederà altresì alla verniciatura in rosso di un’autopompa attualmente in costruzione, che dovrà costituire la prova per il campione di vernice e per il tono della tinta.
2°) – Nessun automezzo dev’essere verniciato senza che se ne presenti l’inderogabile necessità.
     In altri termini la nuova tinta dev’essere usata soltanto nel caso in cui l’automezzo, per evidenti ragioni di manutenzione o riparazioni, debba essere verniciato. In ogni caso la verniciatura, per ragioni di economia dev’essere eseguita presso l’officina del Corpo interessato o del Corpo più vicino che sia in grado di effettuarla.
3°) – La verniciatura di qualsiasi automezzo dovrà aver luogo solo dietro autorizzazione di questo Ministero, autorizzazione che verrà concessa soltanto a seguito di richiesta circostanziata e giustificata dell’inderogabile necessità.

La Direzione Generale dei Servizi Antincendi in questo modo, salva capra e cavoli, in un periodo di crisi e incertezza propone di tornare al vecchio e amato “rosso”, nel mentre però dovrà convivere con il grigio topo della guerra.
Non a caso in un intervista al figlio di un vigile del fuoco di Crema, si è scoperto che l’autopompa nell’immagine che vi abbiamo proposto ha finito la sua vita operativa nel distaccamento cittadino, e che ancora negli anni ’50 presentava la colorazione “militare”.

 

Federico Corradini

 

 

 

Protezione Aerea e Ricoveri

I grandi bombardamenti del secondo conflitto mondiale, erano già stati immaginati dalle teorie profetiche del generale Giulio Douhet; il governo fascista nei primi anni ’30 aveva dato impulso alla diffusione della cultura anti-aerea, promuovendo la nascita di enti morali che potessero diffonderne le idee alla popolazione civile.

Con il Regio Decreto Legge 14 maggio 1936, n. 1062, veniva istituita la Unione Nazionale Protezione Antiaerea o più semplicemente UNPA. Questo sodalizio nasce in un clima di tensione internazionale, all’orizzonte già si profilano le avvisaglie del secondo conflitto mondiale, e il governo fascista ha premura di organizzare la protezione della popolazione in caso di guerra.

Costituita su base volontaristica, l’UNPA aveva come compito quello di soccorrere la popolazione civile in caso di incursioni aeree e di educare la popolazione civile alla conoscenza della guerra aerea e alla sicurezza. Fin da subito previde l’adozione di procedure per la sicurezza antigas.
In ogni edificio fu nominato un capo fabbricato che venne inserito in squadre coordinate da un responsabile presso il gruppo rionale del Partito nazionale fascista. La struttura di ogni gruppo dell’UNPA prevedeva cinque squadre (tre di soccorso, una tecnica e una sanitaria) composte da circa otto militi e un capo squadra ciascuna. Nel 1940 i capi fabbricato furono equiparati, con un decreto ministeriale, ai pubblici ufficiali e furono specificati ulteriormente i loro compiti: dovevano assicurarsi della perfetta attuazione dell’oscuramento, della chiusura dei rubinetti di acqua e gas e del ricovero tempestivo degli abitanti nei rifugi delle case. Ai capi fabbricato spettava inoltre la sorveglianza dei rifugi, anche per quanto riguardava la dotazione di idranti e uscite di sicurezza.
Durante la seconda guerra mondiale, i militi dell’UNPA operarono al fianco del Vigili del Fuoco, fino allo scioglimento dell’organizzazione avvenuta con la fine della Repubblica sociale italiana. (fonte Lombardia Beni Culturali)

Questa descrizione potrebbe trarre in inganno e confondere il lettore accostando l’UNPA ad un sistema antesignano della protezione civile, purtroppo questo confronto non prende in considerazione lo scopo unico di proteggere dalle minacce derivanti dall’imminente conflitto bellico.
Le ultime ricerche e studi hanno portato alla luce molti aspetti singolari e di particolare interesse, sia perché inquadrano ed esaltano i giusti meriti dei promotori di questa organizzazione e sia perché approfondiscono i motivi del fallimento di un progetto minato dalla burocrazia e dalla corruzione dilagante anche sotto il governo fascista.

Se infatti gli uomini dell’UNPA erano scherniti perché arruolati tra quelle fasce di età che non potevano essere richiamate per il servizio militare, e quindi giovani e anziani, aveva il grande pregio di aver permesso alle donne di partecipare attivamente in una forma di emancipazione che le portava anche a mansioni di responsabilità.
I militi dell’UNPA erano equipaggiati con moto-tricicli e nelle grandi città con autocarri, sui cassoni dei mezzi pale, picconi, scale e secchi di sabbia per poter spegnere gli spezzoni incendiari. Non si può dire un attrezzatura all’avanguardia e considerata il compito a cui saranno chiamati dagli eventi bellici, si può definire del tutto inadeguata. Ciò non di meno parliamo di persone che hanno saputo sopportare gli scherni e le battute di spirito, sacrificando le loro stesse vite durante i bombardamenti per portare aiuto ai concittadini rimasti sepolti sotto le macerie.

Dicevamo che uno dei compiti principali dell’UNPA era la promozione e la costruzione dei rifugi antiaerei e, sotto questo profilo è interessante notare che nei dieci anni precedenti la guerra questo tema era già stato toccato dagli architetti del regime, con particolare attenzione agli studi di nuove strutture con caratteristiche di resistenza alle esplosioni. Dal 1936, le maggiori fiere nel paese avevano uno stand fisso dell’UNPA con illustrati i nuovi ritrovati della scienza e modellini di rifugi in costruzione su tutto il suolo italiano.
I rifugi erano divisi in due categorie: pubblici e privati, questi erano spesso ricavati nelle cantine degli edifici e solo un numero limitato erano costruiti ex novo con particolari accorgimenti per essere a prova di gas con porte stagne e generatori di corrente. Non c’è bisogno di sottolineare che mentre i rifugi pubblici erano costruiti sotto l’egida dell’amministrazione locale, quelli privati godevano di maggior libertà in termini costruttivi e questo, si traduceva in situazioni dove le famiglie ricche potevano permettersi il meglio che offriva il mercato, mentre nelle zone popolari i rifugi erano ricavati semplicemente nelle cantine dei condomini o delle fabbriche.
Alcuni di questi rifugi sono stati scoperti recentemente nel sottosuolo delle grandi città ed esplorati da associazioni con a cuore la salvaguardi di questi manufatti storici.

La propaganda diffondeva un idea di Italia pronta e preparata, il Duce Mussolini rassicurava che le difese aeree avrebbero impedito ai barbari incursori di toccare le città italiane.
La realtà invece era totalmente differente, i rifugi erano insufficienti sia sotto il profilo tecnico che nel numero per abitante, inoltre un informativa del Ministero degli Interni alla voce del calcolo di rischio definiva chiaramente che non esisteva rifugio che in quanto tale potesse garantire l’integrità se colpito direttamente, lo studio in sintesi prendeva in considerazione solo i danni generati dalle schegge e dalle eventuali onde d’urto.

L’Archivio Centrale di Stato a Roma conserva un vasto fondo documentale, dai questi carteggi è possibile ricostruire la realtà dei fatti ed in particolare degli sperperi che hanno contribuito ad elevare il numero di vittime dei bombardamenti.
Ci affidiamo quindi ad alcuni esempi già citati nell’opera “Venti Angeli sopra Roma” di Cesare De Simone, che racconta dell’incursione alleata sul quartiere San Lorenzo del 19 Luglio 1943.

< A) Il 13 Marzo 1939 vengono spese centinaia di migliaia di Lire per acquistare una vernice, la <Vernice Semperit>, spacciata per un nuovo ritrovato chimico che, passata su case e rifugi, avrebbe impedito ai gas nemici di penetrarvi. Si trattò di un vero bidone, nel quale furono coinvolti diversi gerarchi, ma nessuno ne subì conseguenze.
B) Il 20 Dicembre 1940 la società Anonima Grandi Invalidi e Superdecorati di guerra <La Vittoria> fa domanda per ottenere la fornitura di cassette del pronto soccorso per tutti i ricoveri antiaerei d’Italia. La ottiene dal Ministero dell’Interno, Divisione Protezione Antiaerea. Un grosso appalto, per il quale avevano messo una buona parola anche un paio di ministri. Nelle cassette fornite costate allo Stato 600 Lire l’una, c’erano due bende, un pacchetto di ovatta un flacone di alcool denaturato, una bottiglietta di iodio, una siringa per iniezioni (valore complessivo di mercato: 7 Lire cassetta inclusa).>

Non mancano le numerose denunce dei privati cittadini che ben si accorgevano della situazione non propriamente rosea e ben distante dalle veline che tendevano a rassicurare la popolazione sul grado di preparazione e prontezza delle difese dell’Urbe.

<Al Ministero dell’Interno, gabinetto. Anonimo col quale si segnala l’insicurezza dei ricoveri antiaerei nei palazzi di Roma, viale Gorizia n.52 e 46. Firmato Bellazzi. 31 gennaio 1943, anno XXI>

<Alla Prefettura di Roma. Inquilini dello stabile di via Santa Croce in Gerusalemme 12 protestano contro incredibile precarietà delle strutture del ricovero condominiale et denunciano responsabilità dell’amministratore stabile Leonardo Maggi, 2 Febbraio 1943>

<Si segnala codesto Ministero dell’Interno l’esposto col quale gli abitanti di via Lorenzo il Magnifico, quartiere Italia, segnalano la mancanza in zona di qualsiasi tipo di ricovero pubblico, stante l’assoluta inadeguatezza di quelli privati formati da scantinati non attrezzati e pericolosissimi in caso di bombe che colpiscano gli edifici. Commissario PS Mangiavillano, 23 gennaio 1943.>

<25 marzo 1943. Denunciasi at codesta prefettura che in via Cola Di Rienzo 14 ditta Argenti & Figlio habet preso denari 20000 Lire per trasformazione cantina in rifugio antiaereo et ancora oggi, dopo due anni, lavori non eseguiti stop.>

Dalle relazioni dei Comandi Provinciali dei Vigili del Fuoco, si apprende che nella casistica dei decessi sotto bombardamenti una voce molto importante erano le vittime rimaste intrappolate nei rifugi. Tanto che la popolazione riteneva più sicuro affrontare il bombardamento per le strada, al massimo rifugiandosi sotto qualche arco o volta piuttosto che rischiare una morte per asfissia in un rifugio crollato.

A questo punto, un parallelo con l’attualità è obbligatorio, perché facilmente gli studiosi ricorrono alla frase:< corsi e ricorsi storici> e non è troppo banale nel caso del recente sisma di Amatrice.
Infatti in questi giorni si è aperto il dibattito sulle costruzioni bel lontane dagli standard per le zone sismiche, e con molta probabilità le falle nel sistema riconducono a giri di corruzione e mafia.
Vogliamo quindi ricordare che questo fenomeno non è mai cessato oggi, come settanta anni fa, alcuni individui lucrano sulla pelle delle persone, e purtroppo il fenomeno è completamente radicato nel DNA del nostro paese.
Se solo l’indignazione per questi fatti durasse più della durata di un telegiornale o della lettura di un articolo forse avremo l’occasione di prevenire o arginare i danni delle catastrofi.
Probabilmente e come ricercatore spero di sbagliarmi, non accadrà con tanta facilità e ci ritroveremo in futuro a fare ancora simili paralleli.

 

Sotto un unica bandiera

La Storia dei Vigili del Fuoco vive di miti e leggende, storie che sono state trasmesse dai vecchi del mestiere e nei racconti dei vigili a riposo.
Per molto tempo ho scioccamente creduto ad una di queste storie, che riguardava i Labari del Corpo, questi vessilli furono consegnati direttamente dalle mani del Duce Benito Mussolini ai vari comandanti dei Corpi Provinciali, il 2 Luglio 1939.

I labari erano fabbricati in velluto nero adornato agli angoli da fiamme rosse convergenti verso il centro che recava ricamato in canutiglia dorata un aquila imperiale, sul petto dell’aquila trovava infine posto la cosiddetta fiamma littoria, così chiamata per la presenza alla base del fascio. Ogni fiamma presentava il numero di Comando.
Sul retro del Labaro era posto il tricolore con il peculiare motto latino, differente per ogni Comando.
Questi vessilli erano parte della liturgia fascista, il simbolo dietro al quale si dovevano riunire tutti i Vigili del Fuoco, il grande merito dei fondatori del Corpo Nazionale fu proprio quello di instillare un senso di appartenenza unico che ancora oggi è invidiato e rimpianto.

La storia peculiare dei Labari comincia nel dopoguerra, la leggenda vuole che tutti i drappi furono bruciati perché adornati da simboli fascisti…

Le cose andarono diversamente per nostra fortuna. I labari presenti nei vari comandi venivano riposti in apposite valigette di trasporto quando non erano portati in parata, considerato che nel dopoguerra i vari comandanti e ufficiale avevano prestato servizio in tempo di guerra se non dalla nascita del Corpo o prima, questi labari erano guardati ancora con rispetto e orgoglio.
Non è un caso che nel 1950 una circolare interna chiedeva a tutti comandanti di dare notizia della stato di conservazione dei labari, e a seguito ne imponeva il trasferimento al Sacrario di Capannelle presso le Scuole Centrali Antincendi.
Grazie a questa disposizione i labari saranno conservati in bella vista nel Sacrario, testimoni del passato e della nascita del Corpo.
Oggi sono conservati con tutte le dovute cure viste la fragilità dei materiali, presso il Centro Documentazione, dei 97 labari, ad oggi ne mancano solo una decina, un numero esiguo e di sicuro dimostrativo di quanto ancora oggi questi oggetti suscitano orgoglio e rispetto.

Di seguito le immagini del labaro del 27° Corpo VVF di Cremona, fonte Servizio Documentazione Nazionale – archivio fotografico

Questo slideshow richiede JavaScript.

Il mondo dei gruppi storici e la memoria di un Corpo

Ci sono occasioni in cui la partecipazione del gruppo storico crea simpatiche situazioni di incomprensione; molti con aria sorpresa ci chiedono se siamo Vigili del Fuoco veri, o addirittura se le uniformi indossate sono una nuova fornitura data al Corpo (sic).

Devo essere molto sincero, e rivelare che non tutti i soci del gruppo sono effettivamente dei pompieri, molti dei ragazzi che partecipano alle rievocazioni sono in realtà semplici appassionati. Parlando con un caro amico che è anche socio fondatore del nostro Gruppo, abbiamo analizzato la realtà dei VVF in Italia, con desolazione stiamo assistendo al calo vertiginoso dei colleghi con la passione per il mestiere, a danno di chi ancora si ostina a prendere iniziative (molto spesso nello loro tempo libero) per riaccendere la fiamma della passione.
Vedi i gruppi storici, sempre più formati da personale volontario o come nel nostro caso da civili che si sono avvicinati alla storia del Corpo per molteplici motivi.

SCA0044Allora un analisi va fatta anche per i Gruppi Storici, se non altro per inquadrare come sono nati e che finalità si pongono.
Una piccola premessa, la rievocazione è vecchia quanto il mondo, se pensiamo ai Romani che nelle arene rievocavano le battaglie vinte dai loro legionari…
Nei Vigili del Fuoco le prime rievocazioni vengono organizzate per la fine dei corsi da Ausiliari, instaurati nei primi anni ’50, come testimoniato dalle foto del C.R. Mario Cerioli, quando ancora era un semplice ausiliario a Capannelle, certo erano semplici sfilate di mezzi dell’ottocento e le uniformi erano copie teatrali adattate allo scopo, ma è un segnale, di come fin dal passato ci fosse attenzione sensibilità per la storia del Corpo.
Negli anni ’70 poi nel comando di Mantova alcuni vigili permanenti si affannano nell’officina della caserma per sistemare dei mezzi degli anni ’20.
Nei successivi anni quasi tutti i comandi destinano uno spazio per raccogliere quei cimeli che erano persi nei magazzini, e così grazie all’interessi di altri illuminati ufficiali e pompieri nascono i primi musei del Corpo.
Tra i più importanti quello di Mantova, nato nel 1991 nell’occasione del 50° anniversario della fondazione del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, per volere del comandante Ing. Colangelo viene organizzata una manifestazione nella piazza principale della città, dove i pompieri si cimentano in un saggio tecnico con i mezzi d’epoca restaurati negli anni precedenti.
Nel corso del 1991 si susseguiranno manifestazioni dallo stesso carattere storico, creando un incentivo alla nascita di diverse realtà museali come Carate Brianza e Bellavista.
Di fatto il 50° rilancia l’interesse per la storia dei pompieri, il processo che ha portato alla creazione del Corpo Nazionale è sempre stato inviso per motivi politici, e non dobbiamo stupirci dato che proprio un prefetto fascista sarà il principale fautore della nazionalizzazione.
Pensiamo soltanto ai labari dei Comandi Provinciali che furono distrutti nel dopoguerra perché recanti il fascio littorio, e così per centinaia di altri oggetti che oggi avrebbero un valore storico e collezionistico inestimabile.
SCA0043
Fino a questo momento la memoria è lasciata ai ricordi dei singoli, i libri che ripercorrono la storia del Corpo si contano sulle dita delle mani, e ovviamente lontani dagli standard di filologia storica.
Con questo non voglio sminuire il lavoro fatto in passato, perché ha avuto un peso e una rilevanza inestimabile nello stimolare le nuove generazioni di pompieri, ed è grazie a loro se oggi siamo approdati ad un nuovo livello di conoscenza.
Sarebbe scorretto non citare una delle figure che più si sono spese in questo ambito: Alessandro Mella, da giovane Vigile Discontinuo è diventato a pieno titolo lo Storico dei Vigili del Fuoco, con le sue pubblicazioni è stato in grado di dare forma e sostanza ai ricordi dei pensionati e dei pompieri che ci hanno preceduto.
Gli anni 2000 sono caratterizzati da questa nuova consapevolezza di una storia ricca e da guardare con orgoglio e così che nascono i primi veri e propri Gruppi Storici, in altre città nascono musei e raccolte di cimeli, come a Chiavenna, dove grazie ai ragazzi del Capo Reparto Claudio Persenico, già famoso per i suoi modelli in scala dei mezzi VVF, nasce una bellissima realtà museale. Sarà l’impulso dei pompieri a riposo a dar vita ad altre realtà come Milano, Firenze, Roma e Napoli.

In questo contesto arriviamo anche noi, piccolo gruppo di provincia; non possiamo certamente competere con i musei nei Comandi delle grandi città ma abbiamo molto entusiasmo e desiderio di cambiare un po’ le regole del gioco.
Infatti uno degli aspetti che personalmente mi ha sempre rammaricato è la staticità di un mezzo d’epoca, che fatta eccezione per le parate viene lasciato fermo in mostra, ma che non riesce a restituire il momento storico e le modalità in cui veniva utilizzato.
Il concetto di dinamicità è proprio della rievocazione storica, e noi reputiamo sia possibile riproporre momenti e situazioni caratteristici della storia dei Vigili del Fuoco. Un impegno che corrisponde non solo a rimettere su strada i mezzi d’epoca, ma renderli operativi e laddove possibile impiegarli in scene che ricostruiscono interventi storici e significativi, come già avvenuto in occasione della Festa dei Vigili del Fuoco Volontari di Bovisio Masciago.
Per la stessa ragione è necessario raccogliere l’eredità dagli storici e continuare il lavoro di ricerca per poter mostrare a tutti come doveva essere la figura del pompiere del passato, ogni minimo particolare curato alla perfezione e ogni rievocatore deve calarsi perfettamente nella parte incarnando cosi l’estrema sintesi della passione e della conoscenza per il Corpo.

Il nostro è un percorso molto impervio, non solo le difficoltà nel reperire il materiale, ma soprattutto vincere i pregiudizi e le invidie per dimostrare che è ancora possibile fare cultura e concretizzare una passione.

L’elmo modello Violini

Gli anni ‘5o rappresentano il periodo di rinascita economica del nostro paese, lo slancio industriale è agevolato dalle scoperte in campo scientifico, alcuni ricorderanno gli spettacoli del Carosello che pubblicizzavano i primi composti plastici come il Moplen.

Anche il corpo dei Vigili del Fuoco vive un periodo di rinascita, tra le principali novità, l’avvento del servizio Ausiliario composto dai giovani richiamata alla Leva.
Proprio il numero sempre crescente di nuovi vigili impone un rinnovamento tecnico senza precedenti; un introduzione fondamentale ed innovativa è rappresentata dal nuovo elmetto in fibra plastica.
Rappresenta un salto di qualità per la protezione del vigile, rispetto all’elmetto M.38 vengono eliminate le parti in metallo come il cimiero e il bordino, diminuendo sensibilmente i rischi connessi alla conduttività elettrica dei materiali. L’elmo è infatti costituito da un impasto di tessuto e fibra sintetica, il tutto con l’aggiunta di colorante nero, particolare di non poco conto dato che come molti vigili sanno, la vita di un elmetto è costellata di botte e graffi. La particolare composizione permetteva di fatto di nascondere o comunque mitigare le conseguenze della vita operativa.
Viene prodotto nei primi lotti dalla ditta Violini di Milano, successivamente il bando di fornitura viene vinto dalla nota azienda Pirelli; in questo caso non avendo ricevuto gli stampi dalla Violini verranno creati ex novo, tanto che l’elmo Pirelli è caratterizzato da una forma più allungata rispetto al Violini che risulta più “tozzo”.
L’elmo  è fornito di un imbottitura in cuoio a cuscinetti, retaggio degli elmi militari, ad ogni imbottitura corrisponde una taglia,  gli elmetti erano prodotti usando tre stampi di dimensioni crescenti, in modo da ottenere abbastanza spazio per adattare le diverse imbottiture.
Negli anni ’60 viene indetto un nuovo bando, questa volta vinto dalla Mispa di Torino, l’elmo viene modificato perdendo gli areatori tipici dei modelli precedenti, e dopo una prima fornitura che mantiene l’imbottitura originale, nel 1972 viene introdotto un modello aggiornato. Prodotto in sole tre taglie e con interno in similpelle regolabile e, soggola in tessuto sintetico.

Entrato in servizio nel 1952 rimane in servizio fino ai tardi anni ’70, e in alcuni distaccamenti volontari ben oltre gli anni ’80 a dimostrazione della sua validità.

L’immagine del Vigile del Fuoco è legata indissolubilmente a questo elmo, lo accompagna fino al XXI secolo, e nonostante sia stato messo in disuso viene ricordato con grande affetto, non è raro trovare nell’armadietto di qualche “vecchio del mestiere” il prode Mispa compagno di tanti interventi che si gode il suo meritato riposo.

Il crollo del ponte sull’Adda

“la furia dell’ Adda inghiotte il ponte malato tragedia evitata sulla Bergamo Piacenza i feriti sono gia’ stati dimessi dall’ ospedale la struttura in ferro e cemento si e’ spezzata risucchiando il mezzo con i giovani a bordo il provvidenziale intervento di un muratore

salvati 2 fratelli: ” un incubo, l’ asfalto ha ceduto e siamo finiti con il camion sott’ acqua ” a Bertonico 2 fratelli salvati dal crollo del ponte”

Così titolava il Corriere della Sera il 10 Novembre 1994, il giorno precedente alle 6,40 il ponte sull’Adda tra Montodine e Bertonico crolla per la furia delle acque. Le piogge dei giorni precedenti avevano dato origine ad una disastrosa alluvione e la piena del fiume ha avuto ragione della struttura costruita negli anni ’20.

Nel momento del crollo transita il furgoncino FIAT 242, di una coppia di fratello e sorella originari di Castelleone; il mezzo si trova proprio al centro del crollo e senza neanche accorgersi finiscono in acqua, il fratello è il primo ad uscire dal furgone che ha incominciato ad inabissarsi, e solo grazie al prodigo intervento di un muratore riesce ad estrarre la sorella sotto shock.

Sul posto giungono i Vigili del Fuoco di Crema, che però non possono fare altro che constatare le condizioni precarie della struttura che di li a pochi giorni sarà completamente abbattuta e rimpiazzata dai militari del Genio con un ponte Bailey.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Giù nel profondo.

Era un Vigile del Fuoco il primo testimone di quell’orrore, appeso nell’imbracatura di corda è stato calato giù nel profondo della cavità carsica; al lume della torcia e con pietosa umanità cercava ciò che restava dei poveri compatrioti barbaramente assassinati.

A distanza di anni è difficile immaginare che tra i principali testimone del dramma della Foibe compaiono proprio i Vigili del Fuoco, siamo abituati a ragionare per associazioni di idee, se parliamo di un episodio di guerra, vengono subito alla mente solo i soldati, la dove avviene un eccidio vi sono solo cittadini inermi, una categorizzazione che spesso lascia ai margini le persone che hanno vissuto di riflesso l’evento, dei comprimari che però rappresentano una testimonianza a volte molto importante a inquadrare quanto avvenuto.

Quando si parla delle foibe si ricordano doverosamente le vittime, raramente si racconta di come si è arrivati a scoprire l’eccidio e ancora meno si parla delle persone che già durante la guerra avevano prestato la loro opera caritatevole per recuperare le spoglie delle vittime.
Il Maresciallo Arnaldo Harzarich del 41° Corpo VV.F. di Pola è uno dei principali protagonisti delle operazioni di recupero, e grazie ai suoi scritti e deposizioni ha permesso agli studiosi di rievocare quei terribili giorni.
Una premessa: dato che i recuperi delle salme avvennero nei giorni immediatamente successivi  all’armistizio del 8 Settembre 1943, si temeva che i partigiani di Tito potessero attaccare i pompieri impegnati nelle Foibe, fu così che il Prefetto di Pola aveva disposto una scorta armata, che a seconda della disponibilità era composta da militi del neo-costituito Esercito Nazionale Repubblicano oppure dalla Wehrmacht germanica. Questo particolare verrà utilizzato dopo la guerra per accusare il Maresciallo Harzarich di collusione con i fascisti, accusa volta a screditare la testimonianza sull’accaduto e avvalorare la tesi di partiti filo-sovietici di montatura da parte dei fascisti per plagiare l’opinione pubblica.

16 Ottobre 1943, una squadra di cinque vigili comandati dal Maresciallo Harzarich viene accompagnata dalla polizia in località Cregli di Barbana. Qui viene approntato un paranco che permette al Maresciallo di iniziare l’esplorazione della cavità. Con grande fatica e dispendio di materiali si riesce a giungere alla profondità di 190 metri, dove vengono rinvenuti i primi corpi straziati e resi irriconoscibili dalla caduta. Non è possibile il conteggio delle salme.
Bisogna provare ad immaginare cosa sia stato quel viaggio nelle profondità, con le corde in canapa cinte in vita e sotto le braccia, sospesi per diverse ore nel buio, con il fascio di luce della torcia a ispezionare uno spazio completamente sconosciuto.
Immaginate cosa vuol dire trovare un corpo esanime sfigurato in quelle condizioni, lo shock che può provocare anche alla persona più addestrata e abituata alla vista della morte.
Non sono i dati e le statistiche che devono fare impressione, ma quel singolo momento di umanità lacerata da tanto orrore, deve essere monito e imprimere in noi il ricordo che ciò è avvenuto e non deve essere dimenticato, ho peggio messo sul tavolo delle polemiche per dar ragione ad una o altra fazione politica.

Settanta anni dopo la fine del conflitto, mi sembra giusto rendere omaggio a quei giovani pompieri che con grande spirito di abnegazione si sono avvicendati nella triste opera di recupero per ritornare ai parenti delle vittime almeno le spoglie mortali dei loro cari ed ai più la speranza che nulla sarebbe rimasto intentato.

Per maggiori approfondimenti vi invitiamo a consultare il sito dell’amico Alessandro Mella:

 

www.storiavvf.it

Maresciallo Arnaldo Harzarich 41° Corpo VV.F. di Pola

Mario De Angelini e la calata nell’orrore

 

La prima autopompa

Chi durante la propria infanzia non ha giocato con la macchinina rossa dei pompieri? Noi non ne siamo mai usciti, per qualcuno è già un lavoro per altri continua ad essere una passione, ci siamo impegnati come gruppo storico a salvare e restaurare ogni oggetto caratteristico dei Vigili del Fuoco, ivi compresi i mezzi d’epoca.

Nel secondo dopoguerra, diversi fattori tra i quali il boom economico e le gravi calamità naturali hanno spinto i vertici del Corpo ad ammodernare il parco automezzi; dopo diverse ottime autopompe su carrozzeria Fiat 640/642 e OM Tigrotto/Leoncino, nei primi anni ’60 viene progettata e allestita una nuova autopompa su base meccanica OM 150. È l’inizio di una nuova era per i pompieri, il mezzo si rivela fin da subito un successo per la praticità e potenza, oltre ad essere un gioiello della tecnica, nella carrozzeria trovavano posto la maggior parte delle attrezzature per il soccorso d’urgeAPS-150-anza e l’estinzione degli incendi tra cui un serbatoio da 3000 litri. In passato non era possibile unire tutte queste caratteristiche su di un solo mezzo.
Il distaccamento di Crema era tra quelli equipaggiati con questa macchina, sia nella versione autopompa che in versione autobotte, e non mancano oggi pompieri in pensione che ne esaltano le doti di affidabilità.
Dall’introduzione della APS 150 sono passati dieci anni, la neonata IVECO, frutto della fusione di FIAT e OM mette a disposizione del Corpo un nuovo mezzo: si tratta della APS 160, evoluzione tecnica del precedente mezzo destinato a soppiantarlo nelle caserme e nei cuori dei pompieri.
La base è l’ottimo autocarro OM 160 UA, tra le novità del mezzo vi è la guida a sinistra oltre che alla motorizzazione più potente e affidabile. L’allestimento è della ditta bresciana BARIBBI,  noto marchio che collaborerà con la IVECO e i Vigili del Fuoco fino al fallimento avvenuto negli anni ’90.aps160nuova

I primi mezzi sono inviati ai Comandi delle grandi città, nella classica livrea completamente rosso fuoco, è il 1978 quando uno di questi targato VF 11636 arriva a Milano.
Nel corso dei suoi anni di servizio vede diversi distaccamenti passando a quello di Lodi fino ad arrivare al distaccamento di volontari di Casalpusterlengo.
Dopo 35 anni di onorato servizio, il mezzo viene messo in demolizione, una pratica che per gli addetti al settore indica semplicemente l’accantonamento in un piazzale e li dimenticato fino alla rottamazione.
In realtà la vera storia parte da qui, si perché una sera d’estate complice una birra in compagnia ed un caro amico in servizio al comando di Lodi, di fronte alla mia intenzione o meglio sogno di restaurare un mezzo d’epoca mi lancia la provocazione:< ma un bel 160 da mettere apposto non ti piacerebbe, al comando stiamo cercando di darne via uno…>.
Dopo la classica risposta del non prender in giro, il viso dell’amico si fa serio e conferma ciò che ha appena detto, seguono attimi di riflessione, si parla in effetti di prendere un bestione di 6 metri di lunghezza e tanti quintali e portarlo in un luogo dove operare il restauro.
Dopo un giro di telefonate abbiamo il posto al coperto, ora non resta che andare a vedere il mezzo e informarsi sul passaggio di proprietà dall’amministrazione al gruppo. Al Comando di Lodi troviamo immediatamente l’appoggio della locale sezione dell’Associazione Nazionale VVF, e grazie al loro contributo, che dal foglio matricolare possiamo fare la scoperta che in effetti il mezzo che stiamo acquisendo è parte dei primi lotti, la 1^ Serie di OM160 consegnati al Corpo.
Le APS 160 sono certamente significative per i pompieri, dopo il 150 sono state il cavallo di battaglia del Corpo, negli anni ’80 erano le prime macchine a vestire i nuovi colori caratterizzati dalla fascia bianca e scritte nere, sono state protagoniste anche del film comico “I Pompieri”, nell’immaginario collettivo l’idea di autopompa è legata alla sua silhouette, molti esemplari sono sopravvissuti e grazie ai restyling sono ancora presenti nei distaccamenti volontari. Insomma non sarà certo uno dei mezzi d’epoca più rari o affascinanti, ma rimane un pezzo di storia dei pompieri, noi umilmente lo abbiamo salvato e speriamo presto di pubblicare un’articolo sul suo restauro.

Blog su WordPress.com.

Su ↑