Protezione Aerea e Ricoveri

I grandi bombardamenti del secondo conflitto mondiale, erano già stati immaginati dalle teorie profetiche del generale Giulio Douhet; il governo fascista nei primi anni ’30 aveva dato impulso alla diffusione della cultura anti-aerea, promuovendo la nascita di enti morali che potessero diffonderne le idee alla popolazione civile.

Con il Regio Decreto Legge 14 maggio 1936, n. 1062, veniva istituita la Unione Nazionale Protezione Antiaerea o più semplicemente UNPA. Questo sodalizio nasce in un clima di tensione internazionale, all’orizzonte già si profilano le avvisaglie del secondo conflitto mondiale, e il governo fascista ha premura di organizzare la protezione della popolazione in caso di guerra.

Costituita su base volontaristica, l’UNPA aveva come compito quello di soccorrere la popolazione civile in caso di incursioni aeree e di educare la popolazione civile alla conoscenza della guerra aerea e alla sicurezza. Fin da subito previde l’adozione di procedure per la sicurezza antigas.
In ogni edificio fu nominato un capo fabbricato che venne inserito in squadre coordinate da un responsabile presso il gruppo rionale del Partito nazionale fascista. La struttura di ogni gruppo dell’UNPA prevedeva cinque squadre (tre di soccorso, una tecnica e una sanitaria) composte da circa otto militi e un capo squadra ciascuna. Nel 1940 i capi fabbricato furono equiparati, con un decreto ministeriale, ai pubblici ufficiali e furono specificati ulteriormente i loro compiti: dovevano assicurarsi della perfetta attuazione dell’oscuramento, della chiusura dei rubinetti di acqua e gas e del ricovero tempestivo degli abitanti nei rifugi delle case. Ai capi fabbricato spettava inoltre la sorveglianza dei rifugi, anche per quanto riguardava la dotazione di idranti e uscite di sicurezza.
Durante la seconda guerra mondiale, i militi dell’UNPA operarono al fianco del Vigili del Fuoco, fino allo scioglimento dell’organizzazione avvenuta con la fine della Repubblica sociale italiana. (fonte Lombardia Beni Culturali)

Questa descrizione potrebbe trarre in inganno e confondere il lettore accostando l’UNPA ad un sistema antesignano della protezione civile, purtroppo questo confronto non prende in considerazione lo scopo unico di proteggere dalle minacce derivanti dall’imminente conflitto bellico.
Le ultime ricerche e studi hanno portato alla luce molti aspetti singolari e di particolare interesse, sia perché inquadrano ed esaltano i giusti meriti dei promotori di questa organizzazione e sia perché approfondiscono i motivi del fallimento di un progetto minato dalla burocrazia e dalla corruzione dilagante anche sotto il governo fascista.

Se infatti gli uomini dell’UNPA erano scherniti perché arruolati tra quelle fasce di età che non potevano essere richiamate per il servizio militare, e quindi giovani e anziani, aveva il grande pregio di aver permesso alle donne di partecipare attivamente in una forma di emancipazione che le portava anche a mansioni di responsabilità.
I militi dell’UNPA erano equipaggiati con moto-tricicli e nelle grandi città con autocarri, sui cassoni dei mezzi pale, picconi, scale e secchi di sabbia per poter spegnere gli spezzoni incendiari. Non si può dire un attrezzatura all’avanguardia e considerata il compito a cui saranno chiamati dagli eventi bellici, si può definire del tutto inadeguata. Ciò non di meno parliamo di persone che hanno saputo sopportare gli scherni e le battute di spirito, sacrificando le loro stesse vite durante i bombardamenti per portare aiuto ai concittadini rimasti sepolti sotto le macerie.

Dicevamo che uno dei compiti principali dell’UNPA era la promozione e la costruzione dei rifugi antiaerei e, sotto questo profilo è interessante notare che nei dieci anni precedenti la guerra questo tema era già stato toccato dagli architetti del regime, con particolare attenzione agli studi di nuove strutture con caratteristiche di resistenza alle esplosioni. Dal 1936, le maggiori fiere nel paese avevano uno stand fisso dell’UNPA con illustrati i nuovi ritrovati della scienza e modellini di rifugi in costruzione su tutto il suolo italiano.
I rifugi erano divisi in due categorie: pubblici e privati, questi erano spesso ricavati nelle cantine degli edifici e solo un numero limitato erano costruiti ex novo con particolari accorgimenti per essere a prova di gas con porte stagne e generatori di corrente. Non c’è bisogno di sottolineare che mentre i rifugi pubblici erano costruiti sotto l’egida dell’amministrazione locale, quelli privati godevano di maggior libertà in termini costruttivi e questo, si traduceva in situazioni dove le famiglie ricche potevano permettersi il meglio che offriva il mercato, mentre nelle zone popolari i rifugi erano ricavati semplicemente nelle cantine dei condomini o delle fabbriche.
Alcuni di questi rifugi sono stati scoperti recentemente nel sottosuolo delle grandi città ed esplorati da associazioni con a cuore la salvaguardi di questi manufatti storici.

La propaganda diffondeva un idea di Italia pronta e preparata, il Duce Mussolini rassicurava che le difese aeree avrebbero impedito ai barbari incursori di toccare le città italiane.
La realtà invece era totalmente differente, i rifugi erano insufficienti sia sotto il profilo tecnico che nel numero per abitante, inoltre un informativa del Ministero degli Interni alla voce del calcolo di rischio definiva chiaramente che non esisteva rifugio che in quanto tale potesse garantire l’integrità se colpito direttamente, lo studio in sintesi prendeva in considerazione solo i danni generati dalle schegge e dalle eventuali onde d’urto.

L’Archivio Centrale di Stato a Roma conserva un vasto fondo documentale, dai questi carteggi è possibile ricostruire la realtà dei fatti ed in particolare degli sperperi che hanno contribuito ad elevare il numero di vittime dei bombardamenti.
Ci affidiamo quindi ad alcuni esempi già citati nell’opera “Venti Angeli sopra Roma” di Cesare De Simone, che racconta dell’incursione alleata sul quartiere San Lorenzo del 19 Luglio 1943.

< A) Il 13 Marzo 1939 vengono spese centinaia di migliaia di Lire per acquistare una vernice, la <Vernice Semperit>, spacciata per un nuovo ritrovato chimico che, passata su case e rifugi, avrebbe impedito ai gas nemici di penetrarvi. Si trattò di un vero bidone, nel quale furono coinvolti diversi gerarchi, ma nessuno ne subì conseguenze.
B) Il 20 Dicembre 1940 la società Anonima Grandi Invalidi e Superdecorati di guerra <La Vittoria> fa domanda per ottenere la fornitura di cassette del pronto soccorso per tutti i ricoveri antiaerei d’Italia. La ottiene dal Ministero dell’Interno, Divisione Protezione Antiaerea. Un grosso appalto, per il quale avevano messo una buona parola anche un paio di ministri. Nelle cassette fornite costate allo Stato 600 Lire l’una, c’erano due bende, un pacchetto di ovatta un flacone di alcool denaturato, una bottiglietta di iodio, una siringa per iniezioni (valore complessivo di mercato: 7 Lire cassetta inclusa).>

Non mancano le numerose denunce dei privati cittadini che ben si accorgevano della situazione non propriamente rosea e ben distante dalle veline che tendevano a rassicurare la popolazione sul grado di preparazione e prontezza delle difese dell’Urbe.

<Al Ministero dell’Interno, gabinetto. Anonimo col quale si segnala l’insicurezza dei ricoveri antiaerei nei palazzi di Roma, viale Gorizia n.52 e 46. Firmato Bellazzi. 31 gennaio 1943, anno XXI>

<Alla Prefettura di Roma. Inquilini dello stabile di via Santa Croce in Gerusalemme 12 protestano contro incredibile precarietà delle strutture del ricovero condominiale et denunciano responsabilità dell’amministratore stabile Leonardo Maggi, 2 Febbraio 1943>

<Si segnala codesto Ministero dell’Interno l’esposto col quale gli abitanti di via Lorenzo il Magnifico, quartiere Italia, segnalano la mancanza in zona di qualsiasi tipo di ricovero pubblico, stante l’assoluta inadeguatezza di quelli privati formati da scantinati non attrezzati e pericolosissimi in caso di bombe che colpiscano gli edifici. Commissario PS Mangiavillano, 23 gennaio 1943.>

<25 marzo 1943. Denunciasi at codesta prefettura che in via Cola Di Rienzo 14 ditta Argenti & Figlio habet preso denari 20000 Lire per trasformazione cantina in rifugio antiaereo et ancora oggi, dopo due anni, lavori non eseguiti stop.>

Dalle relazioni dei Comandi Provinciali dei Vigili del Fuoco, si apprende che nella casistica dei decessi sotto bombardamenti una voce molto importante erano le vittime rimaste intrappolate nei rifugi. Tanto che la popolazione riteneva più sicuro affrontare il bombardamento per le strada, al massimo rifugiandosi sotto qualche arco o volta piuttosto che rischiare una morte per asfissia in un rifugio crollato.

A questo punto, un parallelo con l’attualità è obbligatorio, perché facilmente gli studiosi ricorrono alla frase:< corsi e ricorsi storici> e non è troppo banale nel caso del recente sisma di Amatrice.
Infatti in questi giorni si è aperto il dibattito sulle costruzioni bel lontane dagli standard per le zone sismiche, e con molta probabilità le falle nel sistema riconducono a giri di corruzione e mafia.
Vogliamo quindi ricordare che questo fenomeno non è mai cessato oggi, come settanta anni fa, alcuni individui lucrano sulla pelle delle persone, e purtroppo il fenomeno è completamente radicato nel DNA del nostro paese.
Se solo l’indignazione per questi fatti durasse più della durata di un telegiornale o della lettura di un articolo forse avremo l’occasione di prevenire o arginare i danni delle catastrofi.
Probabilmente e come ricercatore spero di sbagliarmi, non accadrà con tanta facilità e ci ritroveremo in futuro a fare ancora simili paralleli.

 

Sotto un unica bandiera

La Storia dei Vigili del Fuoco vive di miti e leggende, storie che sono state trasmesse dai vecchi del mestiere e nei racconti dei vigili a riposo.
Per molto tempo ho scioccamente creduto ad una di queste storie, che riguardava i Labari del Corpo, questi vessilli furono consegnati direttamente dalle mani del Duce Benito Mussolini ai vari comandanti dei Corpi Provinciali, il 2 Luglio 1939.

I labari erano fabbricati in velluto nero adornato agli angoli da fiamme rosse convergenti verso il centro che recava ricamato in canutiglia dorata un aquila imperiale, sul petto dell’aquila trovava infine posto la cosiddetta fiamma littoria, così chiamata per la presenza alla base del fascio. Ogni fiamma presentava il numero di Comando.
Sul retro del Labaro era posto il tricolore con il peculiare motto latino, differente per ogni Comando.
Questi vessilli erano parte della liturgia fascista, il simbolo dietro al quale si dovevano riunire tutti i Vigili del Fuoco, il grande merito dei fondatori del Corpo Nazionale fu proprio quello di instillare un senso di appartenenza unico che ancora oggi è invidiato e rimpianto.

La storia peculiare dei Labari comincia nel dopoguerra, la leggenda vuole che tutti i drappi furono bruciati perché adornati da simboli fascisti…

Le cose andarono diversamente per nostra fortuna. I labari presenti nei vari comandi venivano riposti in apposite valigette di trasporto quando non erano portati in parata, considerato che nel dopoguerra i vari comandanti e ufficiale avevano prestato servizio in tempo di guerra se non dalla nascita del Corpo o prima, questi labari erano guardati ancora con rispetto e orgoglio.
Non è un caso che nel 1950 una circolare interna chiedeva a tutti comandanti di dare notizia della stato di conservazione dei labari, e a seguito ne imponeva il trasferimento al Sacrario di Capannelle presso le Scuole Centrali Antincendi.
Grazie a questa disposizione i labari saranno conservati in bella vista nel Sacrario, testimoni del passato e della nascita del Corpo.
Oggi sono conservati con tutte le dovute cure viste la fragilità dei materiali, presso il Centro Documentazione, dei 97 labari, ad oggi ne mancano solo una decina, un numero esiguo e di sicuro dimostrativo di quanto ancora oggi questi oggetti suscitano orgoglio e rispetto.

Di seguito le immagini del labaro del 27° Corpo VVF di Cremona, fonte Servizio Documentazione Nazionale – archivio fotografico

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Il mondo dei gruppi storici e la memoria di un Corpo

Ci sono occasioni in cui la partecipazione del gruppo storico crea simpatiche situazioni di incomprensione; molti con aria sorpresa ci chiedono se siamo Vigili del Fuoco veri, o addirittura se le uniformi indossate sono una nuova fornitura data al Corpo (sic).

Devo essere molto sincero, e rivelare che non tutti i soci del gruppo sono effettivamente dei pompieri, molti dei ragazzi che partecipano alle rievocazioni sono in realtà semplici appassionati. Parlando con un caro amico che è anche socio fondatore del nostro Gruppo, abbiamo analizzato la realtà dei VVF in Italia, con desolazione stiamo assistendo al calo vertiginoso dei colleghi con la passione per il mestiere, a danno di chi ancora si ostina a prendere iniziative (molto spesso nello loro tempo libero) per riaccendere la fiamma della passione.
Vedi i gruppi storici, sempre più formati da personale volontario o come nel nostro caso da civili che si sono avvicinati alla storia del Corpo per molteplici motivi.

SCA0044Allora un analisi va fatta anche per i Gruppi Storici, se non altro per inquadrare come sono nati e che finalità si pongono.
Una piccola premessa, la rievocazione è vecchia quanto il mondo, se pensiamo ai Romani che nelle arene rievocavano le battaglie vinte dai loro legionari…
Nei Vigili del Fuoco le prime rievocazioni vengono organizzate per la fine dei corsi da Ausiliari, instaurati nei primi anni ’50, come testimoniato dalle foto del C.R. Mario Cerioli, quando ancora era un semplice ausiliario a Capannelle, certo erano semplici sfilate di mezzi dell’ottocento e le uniformi erano copie teatrali adattate allo scopo, ma è un segnale, di come fin dal passato ci fosse attenzione sensibilità per la storia del Corpo.
Negli anni ’70 poi nel comando di Mantova alcuni vigili permanenti si affannano nell’officina della caserma per sistemare dei mezzi degli anni ’20.
Nei successivi anni quasi tutti i comandi destinano uno spazio per raccogliere quei cimeli che erano persi nei magazzini, e così grazie all’interessi di altri illuminati ufficiali e pompieri nascono i primi musei del Corpo.
Tra i più importanti quello di Mantova, nato nel 1991 nell’occasione del 50° anniversario della fondazione del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco, per volere del comandante Ing. Colangelo viene organizzata una manifestazione nella piazza principale della città, dove i pompieri si cimentano in un saggio tecnico con i mezzi d’epoca restaurati negli anni precedenti.
Nel corso del 1991 si susseguiranno manifestazioni dallo stesso carattere storico, creando un incentivo alla nascita di diverse realtà museali come Carate Brianza e Bellavista.
Di fatto il 50° rilancia l’interesse per la storia dei pompieri, il processo che ha portato alla creazione del Corpo Nazionale è sempre stato inviso per motivi politici, e non dobbiamo stupirci dato che proprio un prefetto fascista sarà il principale fautore della nazionalizzazione.
Pensiamo soltanto ai labari dei Comandi Provinciali che furono distrutti nel dopoguerra perché recanti il fascio littorio, e così per centinaia di altri oggetti che oggi avrebbero un valore storico e collezionistico inestimabile.
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Fino a questo momento la memoria è lasciata ai ricordi dei singoli, i libri che ripercorrono la storia del Corpo si contano sulle dita delle mani, e ovviamente lontani dagli standard di filologia storica.
Con questo non voglio sminuire il lavoro fatto in passato, perché ha avuto un peso e una rilevanza inestimabile nello stimolare le nuove generazioni di pompieri, ed è grazie a loro se oggi siamo approdati ad un nuovo livello di conoscenza.
Sarebbe scorretto non citare una delle figure che più si sono spese in questo ambito: Alessandro Mella, da giovane Vigile Discontinuo è diventato a pieno titolo lo Storico dei Vigili del Fuoco, con le sue pubblicazioni è stato in grado di dare forma e sostanza ai ricordi dei pensionati e dei pompieri che ci hanno preceduto.
Gli anni 2000 sono caratterizzati da questa nuova consapevolezza di una storia ricca e da guardare con orgoglio e così che nascono i primi veri e propri Gruppi Storici, in altre città nascono musei e raccolte di cimeli, come a Chiavenna, dove grazie ai ragazzi del Capo Reparto Claudio Persenico, già famoso per i suoi modelli in scala dei mezzi VVF, nasce una bellissima realtà museale. Sarà l’impulso dei pompieri a riposo a dar vita ad altre realtà come Milano, Firenze, Roma e Napoli.

In questo contesto arriviamo anche noi, piccolo gruppo di provincia; non possiamo certamente competere con i musei nei Comandi delle grandi città ma abbiamo molto entusiasmo e desiderio di cambiare un po’ le regole del gioco.
Infatti uno degli aspetti che personalmente mi ha sempre rammaricato è la staticità di un mezzo d’epoca, che fatta eccezione per le parate viene lasciato fermo in mostra, ma che non riesce a restituire il momento storico e le modalità in cui veniva utilizzato.
Il concetto di dinamicità è proprio della rievocazione storica, e noi reputiamo sia possibile riproporre momenti e situazioni caratteristici della storia dei Vigili del Fuoco. Un impegno che corrisponde non solo a rimettere su strada i mezzi d’epoca, ma renderli operativi e laddove possibile impiegarli in scene che ricostruiscono interventi storici e significativi, come già avvenuto in occasione della Festa dei Vigili del Fuoco Volontari di Bovisio Masciago.
Per la stessa ragione è necessario raccogliere l’eredità dagli storici e continuare il lavoro di ricerca per poter mostrare a tutti come doveva essere la figura del pompiere del passato, ogni minimo particolare curato alla perfezione e ogni rievocatore deve calarsi perfettamente nella parte incarnando cosi l’estrema sintesi della passione e della conoscenza per il Corpo.

Il nostro è un percorso molto impervio, non solo le difficoltà nel reperire il materiale, ma soprattutto vincere i pregiudizi e le invidie per dimostrare che è ancora possibile fare cultura e concretizzare una passione.

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